(ASI) Il ripristino della libertà di espressione, limitata dal governo fascista tramite il controllo della stampa, è una di quelle conquiste che la storiografia ufficiale ha maggiormente enfatizzato a seguito della “liberazione”.

Tuttavia, un periodo storico così intenso e multiforme come il ventennio fascista rifugge collocazioni ed etichette traducibili in maniera univoca, malgrado un incessante tentativo denigratorio - superficiale e manicheo - perpetuato per tanti anni da intellettuali d’ogni risma accomunati dal tarlo antifascista. Raschiando la patina della vulgata storica, si possono scoprire verità discordanti con le diffuse convinzioni sommarie (e politicizzate) circa quegli anni. Un esempio: studiare il fascismo italiano, sede di umori e ideologie eterogenee, spesso contrapposte tra loro, ci suggerisce che è fuorviante credere all’esistenza di una stampa di regime, nonostante l’attuazione di una pur inflessibile e censoria Legge sulla Stampa del 1925. Si ha notizia di un novero cospicuo di pubblicazioni, espressioni del pensiero di frange tra le più varie, che si scontravano sistematicamente con l’ostracismo dei rappresentanti di opinioni discordanti. Il fascismo è stato un brulicare di confronti intellettuali tra le più cangianti, eretiche, rigorose e vaste culture della prima metà del secolo scorso. Filo-bolscevichi e liberali, idealisti e realisti, giacobini e cattolici, interventisti e attendisti, filonazisti e antigermanici: un posto all’interno del caleidoscopio culturale fascista non si negava proprio a nessuno.

Al contrario, l’avvento della “stampa libera” è stato foriero di una campagna di censura nei confronti di tutta la cultura che avesse un legame - ma anche solo che ammiccasse sottilmente - con il passato regime. L’epurazione fu spesso anche fisica, attuata clandestinamente dagli apostoli del Soviet, i quali agognavano per l’Italia il sorgere di quel “sol dell’avvenire” che viene oggi ricordato per aver spento milioni di vite umane. La famigerata Volante Rossa operò con questo spirito, effettuando principalmente in Nord Italia un imprecisato numero di omicidi fino all’anno 1949. In questo clima di terrore, non vennero risparmiate dal piombo comunista neanche le personalità più marginali di quelle correnti di pensiero divergenti con i diktat di Mosca. Oppure, semplicemente scomode al piano che avrebbe dovuto portare i comunisti al potere anche in Italia.

In questo senso, la figura di Franco De Agazio risultava oltremisura intollerabile a certi sanguinari propugnatori rossi. Questo giornalista e scrittore, già redattore de La Stampa durante la Repubblica Sociale Italiana e divenuto direttore ed editore del settimanale Meridiano d’Italia, incarnava - per i comunisti - la personificazione del “nemico del popolo”. Liberato dal carcere milanese di San Vittore grazie all’amnistia di Palmiro Togliatti nel 1945, fondò nella stessa città meneghina questo settimanale che si proponeva di dar voce ai reduci della Repubblica Sociale, ma soprattutto di sviscerare le dinamiche più infide che qualcuno stava attuando, approfittando dell’instabilità politica e delle drammatiche emergenze connesse al dopoguerra. Meridiano d’Italia, vicino alle idee del neonato Movimento Sociale Italiano, sin dal febbraio 1946 raccolse attestati di stima e un (forse) inaspettato successo. Le inchieste firmate dal direttore De Agazio suscitarono scalpore anche al di fuori degli ambienti neofascisti, poiché si soffermavano con premura giornalistica su alcuni tra i più aspri episodi attinenti a quei tumultuosi anni. De Agazio evocò dagli scrigni della pur ravvicinata memoria, quando non dell’attualità di quegli anni, delle verità troppo scomode per lasciare indifferenti coloro i quali venivano chiamati in causa dalla sua mordace penna. Egli rivelò rapine, stupri e omicidi che insanguinavano il Paese, e che dietro a queste azioni si celavano ex partigiani (protetti dal Partito Comunista Italiano) intenti a porre le basi in Italia per una rivoluzione. Le sue inchieste tornarono inoltre sull’omicidio Mussolini: De Agazio fu il primo a smascherare l’identità di Walter Audisio, il partigiano che - sotto il nome in codice “compagno Valerio” - avrebbe freddato il duce e Claretta Petacci presso il lago di Como. Si chiese poi da dove fosse arrivato l’ordine di fucilazione che il partigiano fedelmente eseguì (da Mosca? O addirittura da Londra?). Non solo, De Agazio si spese anche per capire dove fosse finito l’oro di Dongo: mentre la colonna di mezzi fascisti, che trasportavano oro e altri preziosi, percorreva una riva del lago di Como, venne fermata da un gruppo di partigiani che sequestrò i mezzi facendo perdere ogni traccia delle merci.

La coraggiosa ricerca della verità fu fatale a De Agazio, il quale, già inviso (e per questo, verosimilmente, tenuto sott’occhio) agli ex partigiani per la sua connivenza con il fascismo e la sua vicinanza al Movimento Sociale Italiano, si inimicò ulteriormente il fronte comunista per essere andato a rovistare dentro armadi rossi colmi di scheletri ancora recenti. La sera del 14 marzo 1947 il fuoco sparato da un commando della Volante Rossa raggiunse mortalmente Franco De Agazio, che si trovava in quel momento davanti al proprio portone di casa. L’eliminazione di questo cronista impavido, diffusamente ammirato in Italia, provocò una vasta eco che tuttavia non produsse esiti giudiziari. Se ne discusse vivacemente (ma invano) anche alla Camera, dove il deputato liberale Benedetti propose un’interrogazione al ministro degli Interni Scelba. La direzione del Meridiano d’Italia passò al nipote Franco Maria Servello, che, nell’ottobre successivo alla morte dello zio, decise di trasferire la sede del giornale a Roma, dopo che un gruppo di ex partigiani devastò la sede milanese.

La vicenda tragica di Franco De Agazio, consegnata da storici di parte all’oblio per non inficiare il mito purissimo della “liberazione”, ci racconta del clima di oppressione che in Italia si continuò a respirare per anni anche dopo la cessazione delle attività belliche. La Volante Rosse disseminò morte impunemente per circa quattro anni (gli esponenti di punta dell’organizzazione vennero poi graziati in sede processuale grazie all’intervento di Sandro Pertini, il “presidente più amato”, nel 1978).

Il clima pesante non verrà totalmente dipanato dagli anni a venire, contraddistinti dal reinsediarsi degli assetti democratici nel Paese (ma anche dal ruolo subalterno che l’Italia inizierà a svolgere rispetto alle potenze atlantiche, segnato dall’occupazione culturale e militare dei nostri confini). Purtroppo, di giornalisti italiani coraggiosi che, come De Agazio, cadranno sulla via della ricerca scomoda ve ne saranno ancora altri. Troppi, e dimenticati. A dimostrazione dell’incompiutezza dei propositi libertari che la retorica assegna alla “resistenza” attribuendo al 25 aprile un’aureola leggendaria. La “stampa libera” è solo un velo d’ipocrisia, che copre la memoria di questi impavidi cronisti delle miserie “democratiche” e “atlantiche” del Bel Paese.

Federico Cenci -Agenzia Stampa Italia

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