Martedì, 4 Agosto 2026
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Italia

Pregiudizi. Negli ultimi cinque anni più di 300 professionisti della salute stranieri hanno lasciato l’Italia

(ASI) Negli ultimi cinque anni, più di 300 professionisti della salute stranieri hanno lasciato l’Italia per colpa dei pregiudizi sul colore della pelle, l’abito e l’origine, nonostante la grave mancanza di personale sanitario esistente nel Paese.

Di Foad Aodi 12 Settembre 2022 – 13:22 2 min di lettura

In effetti, in questo campo, le discriminazioni razziali negli ultimi tempi sembrano molto più frequenti. Ne sa qualcosa anche il dottor Andi 'Nganso, 30 anni, originario del Camerun, due lauree, tra cui quella in medicina conseguita all’università dell’Insubria, che è stato bersaglio di improperi razzisti per due volte: nel gennaio del 2018 quando era in servizio alla Guardia medica di Cantù (Como) e una donna appena l’ha visto in camice bianco è uscita sbattendo la porta e dicendo: «Io da lei non mi faccio toccare»; e tre mesi fa nel pronto soccorso di Lignano (Udine), dove un 60enne lo ha minacciato: «Fermo, mi attacchi le malattie, preferisco due costole rotte anziché essere curato da un negro come te».

E non finisce qui. Report autorevoli riferiscono di dottoresse dello Yemen e di otto ginecologhe somale che se ne sono andate a lavorare in Francia, Olanda e Belgio perché discriminate in Italia a causa del velo o della pelle scura. Episodi del genere hanno riguardato anche medici e infermieri africani, musulmani, ucraini, russi, albanesi e rumeni. Nel loro caso, per la lingua o la religione, ci sono state persino molestie sessuali.

Il razzismo contro i neri in camici bianchi sta diventando preoccupante, non riguarda solo i medici e, purtroppo, è strutturale, commenta Kossi Komla-Ebri, medico e scrittore originario del Togo, esponente della letteratura migrante in lingua italiana.

Non siamo di fronte a “casi isolati di qualche stupido”, ma di fronte a un persistente problema culturale del rifiuto del diverso, che non possiamo più liquidare con semplici frasi di circostanza. Gli atti di razzismo, piccoli o eclatanti fanno parte della vita dei cittadini neri in Italia. Noi medici neri e gli afrodiscendenti – prosegue Komla-Ebri – viviamo l’afrofobia nel quotidiano, perché il “nero” in questo nostro Paese è la personificazione del diverso, dello straniero che l’immaginario collettivo relega nel soliti ruoli di “vu cumprà”, spacciatori e criminali o poveracci alle cui cure nessuno si affiderebbe per una diffidenza sistematica che parte dallo sguardo arrivando talvolta alla sfiducia e al rifiuto».

Cosa fare, allora? «Se un paziente mi rifiuta solo perché sono nero, io lo denuncio e dovremmo farlo tutti». «Ma l’Italia non è un Paese razzista, il razzismo semmai è figlio dell’ignoranza e delle strumentalizzazioni politiche».

Foad Aodi - Agenzia Stampa Italia

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