(ASI) Le linee pulite e leggere, che svettano verso il cielo e mettono in risalto gli date perdute nei bombardamenti della Seconda guerra mondiale). Un palazzo dalle linee monumentali e funzionali, tipiche dell’architettura fascista, ma riviste nel linguaggio di Bazzani che fece sue le indicazioni dell’arte fascista, interpretandola a suo modo. Un legame con il fascismo che ne mise in ombra, in seguito, le opere.

La sua è un’architettura monumentale, che fa largo uso di marmi, sculture e fregi sulle facciate dei palazzi, con grandi archi e scalinate. “Un architetto fedele a se stesso nel confronto tra passato e modernità – ha affermato l’architetto e professore al Politecnico di Bari Francesco Moschini, segretario generale dell’Accademia di San Luca di Roma visitando il palazzo – Un architetto che ha saputo creare un suo linguaggio e un proprio stile, improntato al classicismo, ma in continuo dialogo con i tempi e i luoghi, curato fin nei minimi dettagli, nelle decorazioni, come nel caso del Palazzo delle Poste di Terni, dove le statue-cariatidi adornano la facciata principale, mentre all’interno troviamo anche il richiamo, visto che Bazzani lo era, ai simboli massonici”.

Il restauro si presenta come una riscoperta del progetto originale e della sua funzionalità, liberandolo da quegli interventi deturpanti derivanti dall’utilizzo quotidiano come ufficio postale: stravolgimento dell’ingresso, copertura di affreschi e decorazioni, sostituzione nel tempo dei pavimenti in marmo e del mobilio studiato proprio per il palazzo. Risplendono con nuova luminosità, ad esempio, i decori e le pietre utilizzate nel progetto originale per il porticato esterno e gli affreschi interni, ripuliti, ma mantenendo lo stile originale. Durante i lavori interni, inoltre, sono emersi degli inserti lapidei della precedente chiesa di San Giovanni decollato che sono stati riportati in vista e valorizzati nelle ampie sale di servizio al piano seminterrato.

“Abbiamo cercato di recuperare l’edificio nel modo più funzionale per Terni - ha detto il presidente di PagineSì Sauro Pellerucci - Gli interventi interni hanno riguardato la riqualificazione energetica dello stabile per rendere più efficienti i consumi, il recupero dei marmi bianco Carrara e giallo di Siena della scala dei seminterrati, il recupero di antiche porte in legno, il restauro di affreschi e decori originali presenti nel salone al piano terra, al primo e al terzo piano dello stabile e il recupero della prima pietra datata 1923 e firmata da Vittorio Emanuele III e Cesare Bazzani – ha proseguito Pellerucci - I lavori esterni hanno invece visto la risistemazione della facciata con ripristino di elementi del sottocornicione, la riqualificazione dell’ingresso di piazza San Giovanni decollato, il rifacimento di coperture a padiglione e il rinforzo degli elementi strutturali”.

La costruzione del Palazzo delle Poste di Terni fu iniziata nel corso degli anni ‘20 e terminata solo nel 1936 (tre anni prima della morte di Bazzani) con la realizzazione del secondo piano e di una struttura absidale sul retro. Il 17 luglio 1923 re Vittorio Emanuele presenziò alla posa in opera della prima pietra. Nel 2009 Poste Italiane ha messo in vendita il palazzo, acquisito dall’imprenditore Sauro Pellerucci, fondatore di PagineSì per farne la sede centrale, con gli uffici per la direzione commerciale, amministrativa ed editoriale, oltre ad ospitare eventi, manifestazioni e convegni. Per volontà della proprietà l’edificio non “sarà di esclusiva pertinenza, riconoscendolo anche come bene comune della Città di Terni”.

“Quando arriva a Terni Bazzani è un giovane architetto già conosciuto in Italia per aver vinto una serie di concorsi importanti – ha spiegato l’architetto Michele Giorgini, autore del libro “L’architetto della capitale dell’acciaio” - A Terni realizza diverse opere perseguendo un suo ideale di città classica, come per la Centrale di Galleto dove coniuga masse poderose con una dinamicità che ricorda la Centrale Montemartini di Roma. Un linguaggio che gli verrà contestato duramente dagli avversari, anche dopo la morte insieme con il suo legame con il fascismo che non gli verrà mai perdonato. Il ricordo di Bazzani, infatti, nel tempo tende ad impallidire perché legato a valutazioni politiche e come sempre la politica si impone cancellando anche ciò che si poteva apprezzare. L’ottantesimo anniversario della sua morte e questo lavoro di restauro - conclude l’architetto Michele Giorgini – hanno riaperto il dibattito su Bazzani e la sua opera e una serie di mostre e di pubblicazioni, pian piano lo stanno riportando alla luce”.

Il restauro è costato 7 milioni di euro con 60 operai impegnati nel cantiere (35 imprese fornitrici e 20 ditte) per 270mila ore di lavoro.

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