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(ASI) In una mattina caratterizzata da un tiepido sole invernale, era il febbraio 2004, fuori da una chiesa tante persone commosse accolsero l’uscita della bara di un ragazzo ventisettenne, Valery Melis.

Su quel feretro erano adagiati una bandiera con i Quattro Mori di Sardegna, la sua amata terra, ed un vessillo degli ultras del Cagliari, amici veri di questo giovane ucciso da un male balordo e per il quale, durante questi anni, hanno invocato insistentemente dalla Curva Nord del Sant’Elia voglia di giustizia. Nessun tricolore italiano, sebbene si trattasse di un caporalmaggiore dell’Esercito. Nessun simbolo di quello Stato la cui grave negligenza fu la causa della malattia e, conseguentemente, della morte di Valery.

Ora, dopo che la magistratura penale aveva archiviato il caso, quella civile ha ristabilito giustizia intorno a questa tragica vicenda. Non un caso isolato bensì, in ordine di tempo, il ventiquattresimo dall’epilogo luttuoso per altrettanti militari italiani reduci dalle missioni nei Balcani. Valery, di rientro in Sardegna nell’autunno ‘99 dopo una missione in Kosovo e Albania, scoprì di avere degli anomali e preoccupanti noduli al collo, che presero presto un sinistro nome: sindrome di Hodgkin, un cancro del sangue che distrugge i globuli rossi. Ma a cosa va ricondotta questa sfortunata contaminazione che ha gettato in un calvario di quattro anni conclusosi con il decesso un giovane soldato? Il giudice civile Vincenzo Amato, dal Tribunale Civile di Cagliari, ha finalmente sentenziato: “E’ morto, Valery Melis, per colpa del Ministero della difesa”. Parole forti, che danno la misura di quanto devastanti siano stati i bombardamenti Nato sui Balcani alla fine degli anni ’90 e, in particolare, di quanto criminale sia stata, altresì, la negligenza delle autorità italiane impegnate in quei misfatti.

E’ d’uopo, per avere un’idea più chiara, ripercorrere la storia che segnò i territori balcanici in quegli anni cruciali, che rappresentarono un traumatico passaggio dal regime di Slobodan Milošević all’introduzione coatta della democrazia. Ebbene, nel 1999, in poco più di due mesi su Serbia, Montenegro e Kosovo, in violazione del diritto internazionale e della Convenzione di Ginevra, vennero scaricati dalla coalizione occidentale trentunomila missili arricchiti di “uranio impoverito”. Le Nazioni Unite parlarono di una quantità di oltre otto tonnellate di veleni disseminate su quelle terre. Veleni di cui erano a conoscenza anche le gerarchie dell’Esercito italiano, che tuttavia rimasero indifferenti, così lasciando in balìa dei loro effetti micidiali sia la popolazione civile, sia i soldati italiani che proprio a Peć (il luogo maggiormente colpito dai bombardamenti Nato) avevano - ed hanno tuttora - il loro insediamento. Un atteggiamento, quello dell’Esercito italiano, assolutamente deprecabile quanto singolare: gli altri comandi della Nato, avvertiti dagli americani, presero tutte le precauzioni possibili per evitare che i propri soldati venissero colti dai pericoli letali dell’uranio impoverito. La conseguenza di questa grave incuria fu impietosa: a quarantaquattro di quei quarantatremila militari del nostro contingente impegnati nei Balcani vennero diagnosticati tumori vari. Numeri che con gli anni sono tragicamente cresciuti: il ministro della Difesa La Russa, di recente, ha parlato di 2.727 patologie neoplastiche riscontrate fra i soldati italiani fino al 2009. Tra questi, almeno otto casi di linfoma di Hodgkin, più del doppio della media nazionale, che vennero giudicati dalla commissione incaricata di far luce sulla vicenda “un eccesso statisticamente significativo”. Eppure, la relazione tra uranio impoverito e insorgere di patologie cancerogene venne negata da istituzioni politiche e militari con cinica protervia. L’assoluzione da ogni colpa per lo Stato trovò eco nelle aule dei Tribunali penali, dove la vicenda venne archiviata. Oggi, a sette anni dalla morte di Valery e a dodici dall’inizio della sua battaglia, un Tribunale civile ha riconosciuto quale fosse la causa del suo male. “Deve ritenersi - scrive il giudice Amato nella sentenza - che il linfoma di Hodgkin sia stato contratto dal giovane Valery Melis proprio a causa dell'esposizione ad agenti chimici e fisici potenzialmente nocivi durante il servizio militare nei Balcani, atteso che proprio i detriti reperiti nel suo organismo hanno ben più che attendibilmente causato alterazioni gravi alle cellule del sistema immunitario come rilevato con frequenza di gran lunga superiore della media per i militari rientrati dai Balcani”. Condanna così lo Stato a risarcire con 584.440 euro la famiglia di Valery. Evidenzia, inoltre, la responsabilità dell’Esercito italiano nel non aver tutelato a dovere i suoi soldati: “Nonostante fosse stato preavvertito da altro comando alleato - ha proseguito il giudice - non aveva fornito alcuna informazione del pericolo e dall'altro non aveva adottato alcuna misura protettiva per la salute, così esponendo Valery Melis alla contaminazione”.

Come ricorda in un comunicato Francesco Palese, portavoce dell’associazione e del sito Vittimeuranio.com, “la sentenza di Cagliari è la quarta in questo senso, quindi sulla vicenda si sta affermando una incoraggiante giurisprudenza, anche se solo nel campo civile”. Il suo augurio è che si possa aprire ora una breccia giuridica proficua al fine di rendere giustizia anche agli altri “tantissimi ragazzi che continuano a soffrire nel silenzio. Si parla di almeno 1500 malati - conclude Palese - sparsi in tutta Italia, in particolare al Sud”. Lo stesso Valery, durante gli anni in cui era impegnato nella strenua battaglia con il cancro e con i Tribunali, ebbe modo di affermare, in uno slancio di rari altruismo e coraggio: “Se non per me, servirà per tutti gli altri”. Ebbene, questa battaglia, iniziata da lui e proseguita dai familiari dopo la sua morte, è servita per lui e, speriamo, servirà anche per tutti gli altri.

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