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(ASI) “Il mio sogno”, diceva don Tonino Bello,  “è portare il sorriso, il coraggio e  la speranza a tutti coloro che incontro”.

Che sogno meraviglioso quello di don Tonino Bello, difficilissimo da realizzare, ma che don Tonino è riuscito tante volte, durante la sua vita terrena, a tramutare in realtà. Come ha fatto? Come è potuta accadere una cosa simile?

 

Per rispondere a queste impegnative domande, mi avvalgo di un’osservazione di Papa Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. Ebbene, don Tonino Bello è stato sia testimone che maestro, derivando da ciò il suo immenso carisma.

 

Lui parlava benissimo e scriveva ancor meglio. Come ha ricordato ad Alessano il 20 aprile 2013 il Cardinale Angelo Amato, le sue omelie, le sue lettere erano materia d’esame all’Università, per cercare di comprendere l’eccezionale efficacia dei suoi discorsi.

 

Da dove attingeva tanta forza comunicativa? Dall’esempio che forniva e dalle opere che realizzava: è  la risposta che mi hanno fornito centinaia di persone che l’hanno conosciuto.

 

Don Tonino applicava il precetto di San Francesco d’Assisi: “Fratelli, predicate il Vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole”.

 

Come ha recentemente ammonito Papa Francesco: “Non si può annunciare il Vangelo di Gesù, senza la testimonianza concreta della vita”.

 

Don Tonino Bello era l’uomo carismatico che viveva quello che diceva e, essendo anche poeta,  sapeva comunicarlo come solo un poeta è in grado di fare.

 

“Vivere non è trascinare la vita,

non è strappare la vita, non è rosicchiare la vita.

Vivere è abbandonarsi, come un gabbiano, all’ebbrezza del vento.

Vivere è amare le cose che non piacciono per poterle cambiare.

Vivere è assaporare l’avventura della libertà.

Vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia di chi sa

di avere nel volo, Signore, un partner grande come Te!

Ma non basta saper volare con Te, Signore.

Tu mi hai dato il compito di abbracciare anche il mio fratello

e di aiutarlo a volare”.

 

Sono passati vent’anni dal giorno (20 aprile 1993) in cui il Vescovo don Tonino Bello ha dato l’ultimo colpo d’ala su questa terra in direzione del cielo.  Eppure,  un prossimo Santo qual è don Tonino Bello riesce tuttora a realizzare il sogno di portare il sorriso, il coraggio e la speranza.

 

È ciò che possono testimoniare gli uomini, le donne, le ragazze e i ragazzi che a Polignano a Mare, presso la Sala Consiliare  “Domenico Modugno” del Comune, hanno preso parte alla Conferenza, organizzata dall’Associazione “L’Araba Fenice” con il patrocinio dell’Associazione Regionale Pugliesi di Milano, “Fare Strada sulle Orme di don Tonino Bello”.

 

Ho visto i loro volti illuminarsi quando ho raccontato cosa avevano scoperto al momento della vestizione della salma di don Tonino, e cioè che entrambe le scarpe avevano le suole bucate. Che cosa era successo? Quelle non erano le scarpe di don Tonino: come sempre lui aveva scambiato le sue scarpe, belle, con quelle di un povero. Spesso, non faceva neanche lo scambio, perché il povero non aveva proprio le scarpe. Lui non se ne curava e tornava scalzo all’Episcopio.

 

“Eppure”, ho aggiunto, “anche scalzo, mi verrebbe da dire soprattutto scalzo, ha lasciato tante orme: per i costruttori di pace, per la Chiesa, per i giovani, per i volontari, per i laici, per noi uomini e donne del terzo millennio”.

 

Avevo al mio fianco don Gaetano Luca Amore, arciprete di Polignano a Mare, che ha validato la tesi del recentissimo Libro “Dal cuore della Puglia fino ai confini del mondo – Testimonianze su don Tonino Bello”, Edirespa Molfetta, settembre 2013, vale a dire che a distanza di vent’anni dal dies natalis di don Tonino Bello, le impronte dei suoi passi, l’eco delle sue parole e il germogliare della sua semina hanno acquisito ancora più valenza.

 

Con don Gaetano abbiamo convenuto che nelle parole e nei segni di Papa Francesco stiamo rivivendo e contemplando il linguaggio e lo stile francescano di don Tonino Bello, e che dobbiamo liberarci dall’ansia del sorpasso. Perché l’ansia del sorpasso ci fa guadagnare tempo, ma ci fa perdere il fratello che cammina accanto a noi; perché ci mette nelle vene la frenesia della velocità, ma svuota di tenerezza i nostri giorni; perché ci fa premere sull’acceleratore, ma non dona alla nostra fretta sapori di carità.

 

“È alla Madonna”, diceva don Tonino Bello, “che dobbiamo chiedere di liberarci dall’ansia del sorpasso”. Questa ed altre richieste, ispirate da una meravigliosa preghiera di don Tonino Bello a Maria, le abbiamo affidate ad una stupenda canzone composta per l’occasione dal cantautore Maurizio Nazzaro.

 

La melodia di “Santa Marì”, irradiata nella Sala Consiliare “Domenico Modugno” dalla chitarra classica di Maurizio Nazzaro, ha coinvolto tutti. Quando il maestro Nazzaro ha chiesto di ripetere insieme a lui l’ultimo verso, non si è tirato indietro nessuno. Tutti hanno ripetuto, più volte, la meravigliosa espressione: “E insieme a te, sveglieremo l’aurora”.

 

Ha concluso la conferenza la professoressa Lucia Brescia, tra l’altro ringraziando chi aveva reso possibile la sua realizzazione (Onofrio Torres, Antonio Lisco e Vito Colella) e citando la frase riportata nell’ultima pagina del libro di testimonianze, illuminata da una foto del vescovo scalzo e santo: “I grandi uomini ti dicono come arrivare a destinazione; gli uomini ancora più grandi ti ci portano”.

di Francesco Lenoci

Docente Università Cattolica del Sacro Cuore – Milano

Vicepresidente Associazione Regionale Pugliesi – Milano

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