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(ASI) Secondo gli ultimi dati della Farnesina, aspettando il nuovo report atteso per il mese di giugno, sono 3103 gli italiani “ospitati” nelle prigioni di tutto il mondo. Di questi, un terzo ancora in attesa di giudizio, 677 sono stati invece già condannati in via definitiva.

Le situazioni più disperate riguardano i nostri connazionali detenuti in Paesi extraeuropei, dove sistemi giudiziari e legislativi derivanti da culture molto distanti e relazioni diplomatiche con l’Italia che non vanno oltre i formalismi di rito, acuiscono l’incertezza angosciante per la loro sorte.

Alcuni sono rei confessi o comunque ne è stata accertata la colpevolezza a seguito di un processo giusto secondo gli standard dei sistemi giudiziari più evoluti ed egualitari. Altri urlano la propria innocenza, ritrovandosi soli a migliaia di chilometri da casa senza conoscere la lingua locale, costretti in condizioni che al confronto le affollate carceri nostrane sono alberghi a 5 stelle.

In molti casi la pena è adeguata all’effettività del reato commesso, ma questo non giustifica l’aggravio di una condizione di per sé punitiva ma in più esasperata dalla lontananza dei propri affetti, dalla difficoltà di socializzazione, e dal senso di alienazione agli usi e costumi locali.

“Le voci del silenzio – storie di italiani detenuti all’estero” è un libro scritto per le edizioni Eclettica da Federico Cenci e Fabio Polese, due giovani reporter di Agenzia Stampa Italia che hanno raccolto le testimonianze dirette di alcuni connazionali attraverso telefonate e lunghe corrispondenze: come Fernando Nardini, che ha scontato due anni terribili nelle galere thailandesi e ancora oggi, dopo aver vinto l’appello, non può lasciare il paese in attesa dell’ultimo atto processuale richiesto dal Procuratore.

Trasferitosi in Thailandia per motivi di lavoro, Fernando viene arrestato con la pesante accusa di complicità nell’omicidio di un cittadino tedesco, con la sola colpa di essere l’ex marito di una donna con cui la vittima aveva avuto a sua volta una relazione sentimentale tempo addietro. Inizia l’incubo. Indotto inizialmente a firmare una confessione scritta in thailandese da un interrogatorio estenuante che alternava pressioni psicologiche e promesse rassicuranti, dopo aver ritrovato un minimo di lucidità ritratta. Per intenderne la drammaticità, è importante cercare, per quanto possibile, di immedesimarsi. Un uomo per bene, incensurato, che non ha mai avuto frequentazioni ambigue, si ritrova improvvisamente condotto a forza in un commissariato di polizia straniero, accusato di omicidio e rinchiuso in una cella per oltre un mese prima di essere rilasciato su cauzione. Già questo basterebbe ad annichilire l’equilibrio psico-fisico di chiunque. Poi, il 19 febbraio 2009 il processo vero e proprio che lo condanna all’ergastolo. Tutte le fasi dibattimentali avvengono esclusivamente in lingua thailandese, senza un interprete. Fernando avrebbe l’occasione di lasciare il paese ma non lo fa, sicuro della propria innocenza. Torna in carcere e sconta altri 2 anni e 4 mesi, prima di vincere in appello e dimostrare definitivamente la sua estraneità alle accuse rivoltegli.

 

Mariano Pasqualin, è arrestato il 13 giugno 2011 nella Repubblica Domenicana e muore in un carcere della capitale Santo Domingo il successivo 2 agosto, in circostanze misteriose. Ufficialmente, Mariano è accusato di traffico di stupefacenti, fermato mentre era intento a salire a bordo di un aereo con alcuni chili di cocaina purissima. La storia di Mariano rimane nel silenzio più assoluto dei mezzi d’informazione, nonostante i lati oscuri della vicenda denunciati a più riprese dalla sorella Ornella, rimaste inascoltate per troppo tempo dalle autorità italiane fino al tragico epilogo. E’ straziante leggere la sua testimonianza di quei momenti, che racconta di un uomo forse innocente ma comunque lasciato solo mentre veniva inghiottito in un buco nero da cui non sarebbe più riemerso.

Con l’amarezza di un destino beffardo risuonano le parole lasciate da Mariano Pasqualin: “Non più un cigno solitario per chi ha scoperto di ridere alla vita”.

 

Certamente non tutti i casi sono di questo tenore. Molti dei nostri connazionali hanno sbagliato e stanno scontando delle giuste pene in condizioni rispettose dei loro diritti fondamentali e dell’umana decenza. Tuttavia, sbagliare è parte fondamentale della nostra natura imperfetta. La privazione della libertà fisica costituisce di per sé una condanna disumana, al di là del reato commesso, ma ancor di più la consapevolezza di essere soli in questo percorso.

Un pensiero per tutti i detenuti del mondo.

 

Fabrizio Torella – Agenzia Stampa Italia

 

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