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(ASI) L'Aquila - Negli anni del recente passato era una rievocazione, per quanto dolorosa, di uno “spicchio” di storia locale. Ci riferiamo al terremoto della Candelora del 1703 che, con il suo devastante fragore, alle 12 di quel giorno, spense la “luce” che evocava la festa della presentazione di Gesù al Tempio. Erano tantissime quelle fiammelle delle candele accese in ogni chiesa aquilana.

In un sol crollo, quello della chiesa di San Domenico, morirono 300 fedeli e si spense con essi la “luce di Maria”. Oggi quel luttuoso avvenimento, da cui derivò la distruzione della città medioevale fin lì giunta, per il numero dei morti sembra essere parte integrante e sentita della tragedia delle 3,32 del 6 aprile 2009, per effetto del distruttivo movimento tellurico che ha polverizzato la “città nova” del Settecento nella quale gli aquilani hanno vissuto per 310 anni e, giustamente, vogliono tornare a vivere.

Così come caparbiamente fecero i superstiti del terremoto del 1703, i quali si diedero una nuova città “poggiandola” sulle pietre del Tre-quattrocento, dopo aver chiamato le maestranze lombarde che non risulta avessero “riso” per gli affari, contrariamente a quanto hanno fatto, dopo il recente sisma, alcuni personaggi del terzo millennio tristemente noti alle cronache del mondo.

Che accadde allora? Ce lo riferisce, fra i tanti altri, Anton Ludovico Antinori:

<…rovinò buona parte della città, e fu veduto in più luoghi aprirsi la terra…la terra continuamente esalava puzzolenti vapori, l’acqua nei pozzi cresceva e gorgogliava, gli acquedotti della città rimasero infranti, e per 22 ore la terra si sentì muovere…Rimasero sepolti sotto le pietre> seimila persone, fra interno ed esterno alle mura, su un totale di 15 mila abitanti circa.

 

Va detto che il comprensorio aquilano l’anno precedente (1702) era stato devastato da inondazioni, smottamenti, piogge, straripamento dell’Aterno (che aveva la sua abbondante acqua, oggi riversata entro il lago di Campotosto), e da ultimo da buone nevicate. Sembrava bastevole, come si diceva,  per espiare “i molti peccati” che si supponeva avessero commesso soprattutto le classi agiate e dei signori. La povera gente, tantissima in verità, non era neanche considerata in questo quadro espiatorio.

 

Purtroppo, alle due della notte del 14 gennaio del 1703 l’alta valle dell’Aterno fu colpita da una violentissima scossa tellurica che cancellò Montereale, uccidendo 800 dei suoi 900 abitanti (15 morti si ebbero ad Accumuli e 25 a Leonessa). Fu l’inizio della forza distruttiva che si abbatté nei giorni successivi lungo la stessa vallata,  fino a giungere al culmine il 2 febbraio con la profonda distruzione della città e dei luoghi, o meglio dei castelli circonvicini, Paganica compresa.

 

Da cui derivò lo sconvolgimento dell’ordine fisico e morale mai più compensato, purtroppo ripresentatosi tal quale 310 anni dopo con la grande e dolorosa diaspora imposta agli aquilani di oggi.

Con essa è stato “rubato il futuro” a tutti i cittadini, che però caparbiamente – come i loro antenati – pur tra i tanti ostacoli ideologici d’ogni colore, vanno riprendendosi perché ai giovani va lasciata la “secolare anima aquilana” fatta di cultura, di umanità ed anche di fede per chi crede.

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