Indonesia, la rabbia che sale: tra repressione, corruzione e il fantasma dell’esercito

(ASI) Le strade di Giacarta, Surakarta, Makassar, Lombok e Medan sono tornate a bruciare. Non è la prima volta che accade, ma questa volta il Paese sembra diverso: più stanco, più disilluso. Le proteste che scuotono l’Indonesia dall’agosto 2025 non sono semplicemente l’ennesima esplosione di malcontento sociale; sono il sintomo di un logoramento profondo tra cittadini e istituzioni, di una frattura che attraversa economia, politica e fiducia pubblica.

La scintilla è stata l’approvazione, a fine estate, di una legge che garantiva ai parlamentari un’indennità per l’alloggio di quasi 3.000 dollari al mese — dieci volte il salario minimo di Giacarta. Ma la miccia era pronta da tempo. Bastava un pretesto per trasformare il malessere in rivolta.

Quando il 28 agosto Affan Kurniawan, un giovane autista di moto-taxi di ventun anni, è stato travolto e ucciso da un blindato della polizia, la rabbia si è trasformata in un grido collettivo. La sua immagine con la divisa verde della Gojek è diventata simbolo di una generazione sacrificata tra precarietà, stipendi miseri e istituzioni percepite come distanti, corrotte e impunite.

Il presidente Prabowo Subianto, ex generale e genero del dittatore Suharto, ha promesso giustizia, ma le scuse non sono bastate. In poche ore le proteste si sono estese a tutto l’arcipelago. La promessa di revocare l’indennità parlamentare è arrivata tardi, quando la fiducia era già crollata e la folla gridava contro qualcosa di più profondo: l’arroganza del potere, la corruzione endemica, l’invadenza dei militari nella vita civile.

Sotto la superficie economica del Paese — una delle più dinamiche del Sud-est asiatico — si muove da anni un sistema che alterna crescita e diseguaglianza. Il costo della vita aumenta, le infrastrutture si deteriorano, e la gestione del territorio, come dimostrano le alluvioni di Bali o la crisi dei rifiuti urbani, rivela l’incapacità di uno Stato che privilegia i grandi investitori alle comunità locali.

Le miniere di nickel, motore strategico dell’economia nazionale, restano simbolo di questa contraddizione: ricchezza per pochi, devastazione ambientale per molti. A Raja Ampat e in Papua, intere comunità denunciano da anni espropri, inquinamento e complicità delle autorità con le multinazionali del settore.

Sul piano politico, le tensioni esplose quest’anno hanno fatto riemergere un pericoloso fantasma del passato: la “dwifungsi”, la doppia funzione politico-militare che durante il regime di Suharto garantiva ai generali un ruolo capillare in ogni settore dello Stato.

La nuova legge approvata nel marzo 2025 amplia infatti la presenza dei militari nelle istituzioni civili, concedendo incarichi diretti in ministeri, agenzie e programmi pubblici. Una norma che molti attivisti considerano un passo indietro di vent’anni, verso una democrazia più formale che sostanziale. La Corte costituzionale ha respinto i ricorsi, ma il dibattito è tutt’altro che chiuso.

In parallelo, la polizia ha ottenuto nuovi poteri investigativi e di sorveglianza. Amnesty International ha denunciato un aumento degli abusi, spesso impuniti, come già accadde nel 2022 durante la tragedia dello stadio di Malang, dove oltre cento persone morirono per l’uso sproporzionato della forza.

Oggi la morte di Affan Kurniawan rischia di diventare ciò che Malang fu allora: il simbolo di un’autorità che non sa proteggere, ma solo reprimere.

Dietro le tensioni di piazza, però, si intravedono anche nuove forme di resistenza civile. Le donne, riunite nel movimento “Brave Pink”, sono diventate protagoniste delle manifestazioni, accanto a studenti e lavoratori precari.

Sui social è circolata la campagna “Brave Pink, Hero Green” — rosa come il velo dell’attivista Ibu Ana, immortalata mentre sfidava la polizia in assetto antisommossa, e verde come la giacca del giovane Affan. Un binomio che racconta il coraggio e la disperazione di un Paese giovane ma disilluso, in cui metà della popolazione ha meno di trent’anni e fatica a intravedere un futuro.

Prabowo Subianto, eletto nell’ottobre 2024 con la promessa di “ordine e prosperità”, si ritrova ora davanti a un bivio. Potrebbe aprire un dialogo autentico con la società civile, riconoscendo le fragilità strutturali del Paese, oppure cedere alla tentazione autoritaria e ripristinare la legge marziale, come già evocato da alcuni suoi consiglieri.

La visita del presidente a Pechino, accanto a Xi Jinping e Vladimir Putin, mentre Giacarta era in stato d’assedio, ha dato l’immagine di un leader più interessato al riconoscimento internazionale che alla propria opinione pubblica.

Eppure, l’Indonesia resta la terza democrazia più popolosa del mondo, e ciò che accade qui non riguarda solo la politica interna. In un momento in cui l’Asia vive una nuova stagione di polarizzazioni — tra nazionalismi, crisi ambientali e ambizioni economiche — la stabilità di Giacarta è un tassello chiave per l’intera regione.

Tommaso Maiorca – Agenzia Stampa Italia

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