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(ASI) Nonostante la legge sulla paternita’ conceda ai neopadri 2 settimane di permesso dal lavoro, solo lo 0,3 % degli uomini spagnoli rinuncia ad andare in’ufficio.  “Anche Manolo non vuole conciliare: questo e’ il titolo che apre l’ articolo pubblicato il 17 Febbraio sul quotidiano spagnolo El Pais con riferimento all’ universo donna, famiglia, impresa.
Viene riportata la conversazione tra Manolo, giovane 31enne spagnolo diventato papà da pochi giorni e Mara, sua amica e confidente, su un tema conosciuto ma poco dibattuto: la possibilità concessa a lui e a tutti i neo-padri di ususfruire di un permesso di lavoro della durata di due settimane dal giorno della nascita del proprio figlio.

Il tono dell’articolo insinua il sospetto che Manolo non approfitterà di tale permesso concessa a lui e agli altri dalla legge disegnata dal Ministero per le Pari Opportunità, entrata in vigore nel marzo del 2007.

Manolo rinuncerà alle due settimane di paternita’, perche’, come lui stesso fa notare, se prendesse il permesso, sarebbe l’unico uomo ad averlo fatto, almeno fino ad oggi, nell’azienda in cui lavora da ormai 7 anni.

Conciliare lavoro e famiglia, dunque, rimane un affare (senza bilanci, né punti percentuali ) da donne .

Certo, la scelta di Manolo è opinabile e legittima, ma lo sarebbe maggiormente qualora si trattasse di una scelta.

Manolo ha deciso di non restare a casa, e questo in quanto afferma, : “Mi sono reso conto che negli ultimi 3 anni nessuno, tra tutti i miei colleghi diventati papá, ha usufruito delle 2 settimane. Mi sentirei come se stessi facendo del torto a qualcuno...”

Secondo quanto afferma Manolo, duqnue, ogni neopapà aveva rinunciato a stare accanto alla propria compagna e al nuovo/a arrivato/a, in quanto una scelta di tal tipo sarebbe stata vista in ambito lavorativo come uno speciale vantaggio, ma non strettamente necessario.

In un momento di profonda crisi economica, che vede la penisola iberica paralizzata da un tasso record di disoccupazione (20,2%) a causa di tagli di posti di lavoro e licenziamenti da parte delle imprese, e’ un’opportunita’ che non risulta conveniente, se non il contrario.

Ancora una volta, la vicenda di Manolo, che è poi la vicenda di tanti altri uomini e neo-padri, ci porta a riflettere sulla continua evoluzione della societa’ negli ultimi decenni in ambito sociale, culturale, lavorativo, familiare.

E’ obbligo di un empresario dover prescindere (con ovvi svantaggi dal punto di vista economico per l’impresa) dalle prestazioni professionali di una donna incinta negli ultimi mesi della sua gravidanza, (un periodo variabile dai 4 ai 6 mesi),

come e’ obbligo dello stesso impresario riammettere l’impiegata in impresa quando questa ha dato alla luce il bambino.

Ma non è ovvio che Manolo decida di usufruire di due settimane di paternita’.

Questo è un limite, per lui e per lei.

Priva lui di una grande opportunità, che è quella di accompagnare la sua nuova famiglia nei primi giorni di vita. Priva lei dell’appoggio necessario da li a molto a venire, ma poter iniziare con due settimane sarebbe gia’ tanto, per lei.

Un compagno, un marito, un fidanzato, dovrebbe voler e poter scegliere di accogliere la vita di suo figlio/a, e se Manolo potesse scegliere, sarebbe bello se optasse per un sí.

 

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