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(ASI) Da ventuno lunghi mesi, ossia dall’inizio del conflitto in Siria, i notiziari aggiornano quotidianamente la macabra conta dei morti. Più tempo passa senza che una soluzione negoziale riesca a dare un po’ d’ossigeno a quella terra martoriata, più la ridda di sangue si estende in modo esponenziale. Negli ultimi giorni, le violenze stanno aumentando, in un tragico crescendo che rischia di schiacciare inesorabilmente le minoranze, poiché più vulnerabili e indifese. Quella cristiana, componente siriana storica e vivace, è una comunità che sta pagando un tributo altissimo nel conflitto. L’oceano di sigle che compongono l’opposizione, del resto, è costellato di quei gruppi salafiti - foraggiati dai finanziamenti degli emiri del Golfo Persico - che intendono imprimere un marchio confessionale a questa guerra. Il loro obiettivo passa per l’eliminazione degli “infedeli” cristiani. E al conseguimento di questo obiettivo, con i fatti, stanno tenendo fede.

C’è un sito, “Ora pro Siria”, che dà costantemente voce alle testimonianze provenienti da alcune comunità monastiche presenti in Siria in queste ore concitate. Basta dare uno sguardo a questo portale per apprendere il livello di crudeltà cui sono sottoposti i cristiani in quelle che un tempo, fino a ventuno mesi fa, erano delle felici oasi di convivenza multi-confessionale. Damasco, Homs, Aleppo, da ogni città si levano urla di dolore. Proprio ad Aleppo, città conosciuta da noi per i famosi saponi ma meno per essere (stata) la terza maggiore città cristiana del mondo arabo dopo Beirut e Il Cairo, i ribelli salafiti hanno dato vita a un cosiddetto Emirato islamico di Aleppo. Hanno poi pubblicato una fatwa, “contro il permesso alle donne di guidare l’automobile”, che evoca un costume in voga in Arabia Saudita, uno di quei Paesi che ne stanno favorendo l’ascesa con l’invio di armi e danari. La nascita di questo covo di intolleranza e brutalità che chiamano Emirato si ripercuote sui cristiani. Una delle testimonianze riportate da “Ora pro Siria” è la seguente: “Nella parrocchia di San Dimitri molti cristiani si ritrovano ridotti alla fame e alla miseria più nera: benefattori musulmani offrono alle famiglie cristiane tra 600 e 1200 euro, per ogni membro che si converte all'Islam”.

Queste recenti notizie si pongono sulla triste scia dei racconti che i cristiani di Siria provano a far giungere alle nostre orecchie, assuefatte dalla violenza, da molti mesi. Il Patriarca greco-melchita Gregorios III Laham (intervistato anche da Agenzia Stampa Italia) denuncia ormai da tempo questo tipo di situazioni, come il fatto che “i ribelli usano i civili cristiani, i loro quartieri e le loro case come scudi umani negli scontri con l’Esercito”. Un’altra alta personalità ecclesiastica, Jules Baghdassarian, direttore delle Pontificie Opere missionarie, morto di recente per un arresto cardiaco causato dall’ansia e dalle fatiche patite in Siria, affermava che “non c’è una guerra civile in Siria, ci sono tentativi di renderla una guerra civile, c’è una pressione per trasformare il conflitto in un conflitto settario; abbiamo vissuto questa esperienza in Libano, si è visto in Iraq e ora lo vediamo qui”. Uno dei suoi ultimi richiami rivolti alla comunità internazionale e all’Unione europea è stata una richiesta d’aiuto “a ritrovare la pace, non a fomentare la guerra”.

Desta enorme afflizione tra i cristiani siriani, infatti, il contributo ai loro patimenti che i Paesi di quell’Europa sedicente culla di civiltà cristiana, perseverando nell’appoggio incondizionato all’opposizione siriana, stanno erogando. L’unica fonte di conforto per questa comunità in Siria resta dunque la Chiesa, impegnata instancabilmente in attività caritative, in assistenza alla sistemazione di famiglie sfollate, nell’organizzazione degli aiuti. “Tante persone si dedicano a questa gente in necessità e la loro presenza vuol dire moltissimo - rivela monsignor Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria -, alle volte più di quello che può offrire: più del cibo, più del vestito. Essere presenti è un aiuto straordinario”. La loro presenza concede altresì un apporto a noi altri che, da lidi lontani dalla Siria martoriata, abbiamo sete di conoscere la realtà. Quella realtà che per troppo tempo la stampa cosiddetta main stream, in Siria, ha alterato, stravolto, persino talvolta negato, pur di preservare quel principio di avversione al regime di Assad di cui i media si sono fin dall’inizio del conflitto fatti alfieri.

Di fronte al dramma della Siria è ancora monsignor Zenari a pronunciare parole di speranza: “Stiamo avvicinandoci alla preparazione del Natale - afferma - e qui, purtroppo, non abbiamo bisogno di preparare il presepio perché abbiamo sotto gli occhi un presepio vivente: bambini che nascono in situazioni di emergenza, fuori dalle proprie case, in luoghi di rifugio, bambini che nascono nelle tende, che nascono al freddo, senza case riscaldate, nella penuria di cibo, nella penuria di vestiti”. “Questo presepio, quest’anno più dell’anno scorso - prosegue il diplomatico dai microfoni di Radio Vaticana - è reale e scuote profondamente i sentimenti. Il Signore nasce ancora in queste condizioni, da queste parti, in questo clima freddo perché anche qui si sente molto il freddo”.

Proprio oggi, 4 dicembre, la Chiesa celebra la memoria di San Giovanni Damasceno, dottore della Chiesa, nato a Damasco nel 675 e morto a Gerusalemme nel 749. Per l’occasione i vescovi cattolici di Inghilterra e Galles hanno indetto una “giornata di preghiera in segno di solidarietà con le popolazioni della regione”. L’auspicio dei vescovi d’oltremanica è che “coloro che sono uniti nel cuore possano perseverare in ciò che è buono e coloro che sono in conflitto possano dimenticare il male ed essere, così, guariti”.

Federico Cenci – Agenzia Stampa Italia

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