(ASI) In un Paese in cui l’illegalità è dilagante, è lecito pretendere che almeno lo Stato rispetti le leggi e le sentenze. La storia Kafkiana che stiamo per raccontare comincia nella notte dei tempi, nel 1972, quarantacinque anni fa.

Gaetano Capria, allora un tranquillo impiegato postale, oggi un agitato pensionato, di Limbadi, paesino calabrese in provincia di Vibo Valentia, esperto filatelico, negli anni Settanta, “scoprì”, guardando con la lente di ingrandimento, che con le schedine del “raschia e vinci” abbinate prima ai prodotti Pavesini e poi alle lasagne della Findus, le saponette della Lines e il Glassex della Reckitt, si poteva vincere per davvero. E lui trovò il modo per farlo. Non erano però - chiariamolo subito per evitare equivoci e facili illusioni - come le attuali schedine dell’Agenzia delle dogane (ex monopoli di Stato) oggi in vendita dappertutto. Il sistema era lo stesso, nel senso che bisognava raschiare delle caselle che contenevano dei simboli coperti, ma quelle erano tutte potenzialmente vincenti, queste, ora in circolazione, hanno le schedine vincenti prestabilite, quindi niente sorprese. Allora, le suddette società, pensarono, con una chiara operazione promozionale di marketing, di poter incrementare le vendite dei prodotti, allegando in omaggio, in ogni confezione, una schedina del “raschia. Non potevano immaginare, però, che ci potesse essere un modo per vincere con estrema facilità e così rimasero perplesse e preoccupate quando si videro arrivare centinaia di migliaia di schedine vincenti; pensarono subito - cosa del tutto comprensibile - all’imbroglio e alla truffa. Cominciò così per Capria e per tutti gli altri “raschiatori”, visto che nell’insolita e appassionante competizione furono coinvolti molti parenti ed amici di Capria, un’odissea: denunce penali, infiniti contenziosi civili. Le vincite erano legittime e Capria aveva diritto ai premi? O aveva fatto qualche intrigo e raggiro? Alla fine risultò tutto legittimo, ma per stabilirlo ci sono voluti venticinque anni di battaglie legali con 55 sentenze di cui 12 della Cassazione. C’erano, abbastanza evidenti e ad abundantiam, tutti gli elementi per chiedere il risarcimento del danno, un’equa riparazione per il “mancato rispetto del termine ragionevole dei processi” in violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Il 10 giugno del 2011, Gaetano Capria, assistito da un legale, chiede alla Corte D’Appello di Salerno, invocando la Legge Pinto, l’equa riparazione, che secondo i parametri della Corte Europea di Strasburgo, ammonta a 18.000 euro, più interessi. La sentenza arriva il 15/3/2013, dopo venti mesi, mentre la Legge Pinto impone una pronuncia entro quattro mesi dal deposito del ricorso (comma 6 art.3). Non solo, il risarcimento che deve il Ministero della Giustizia, invece di essere equo è dimezzato: solo 8250 euro e senza il rimborso delle spese, compensate tra le parti, nella fattispecie, questa, è un’altra anomalia. E’ tempestivo e sollecito invece l’intervento dell’Agenzia delle Entrate di Salerno che chiede a Capria, nel termine perentorio di 60 giorni, di pagare 129,18 euro per la registrazione del decreto che è - si badi bene perché non è affatto un dettaglio - “immediatamente esecutivo”. Sono passati 4 anni e 3 mesi e, nonostante i continui solleciti, il Ministro della Giustizia p.t., non rispetta un ordine della magistratura. Così vacilla e viene meno la credibilità di uno Stato che appare sempre più pasticcione ed inaffidabile, arrogante e prepotente che vessa e irride i cittadini.

Equitalia (la passata e la futura, visto che è stata riesumata con un altro nome) cosa avrebbe fatto ad un debitore, semplice cittadino, sordo ad ogni sollecito e ostinato nel non voler pagare? Avrebbe subito sequestrato la casa, posto il “fermo amministrativo” sull’automobile, reso infelici le sue giornate.

Fortunato Vinci – Agenzia Stampa Italia

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