In principio fu Van de Sar, l’olandese che non aveva nulla di volante: con lui tra i pali la Juventus perse due scudetti. Uno anche a Perugia

(ASI) Galleria di numeri 1.  Per blindare la porta, la Juventus torna all’antico. Circolano i nomi di Vicario e Carnesecchi, l’obiettivo della dirigenza è rivivere i fasti di Gigi Buffon.
Szczesny potrebbe essere l’ultimo portiere straniero ad indossare il bianconero nel prossimo decennio. Il primo della gloriosa storia juventina è stato invece l’olandese Edwin Van der Sar.
Un rapporto controverso e compromesso da papere colossali che portarono i tifosi della Juventus a pensare che, prima o poi, anche quel tulipano d’Olanda avrebbe smesso di perdere i petali ed appassire.

Le ali della libertà. Il gigante di Voorhout, tirato come un’acciuga, sguardo malinconico, viso imbronciato che ricorda Andy Dufresne, arriva alla Juventus senza neanche immaginare di essere finito in quella che sarà l’unica Shawshank della sua carriera. Una prigione nella quale rischierà di soffocare il proprio talento prima di spiccare il volo verso la Premier League. Sarà il Fulham a concedergli le ali della libertà dopo un biennio di bocconi piuttosto amari.

Un gigante, così veniva giustamente definito. Quattro campionati olandesi, tre Coppe e tre Supercoppe dei Paesi Bassi, una Coppa Uefa, una Champions League, una Supercoppa Europea, quattro volte miglior portiere olandese dell’anno. Ad Amsterdam è venerato al pari del prode Aiace Telamonio. Quando Moggi lo strappa all’Ajax per “soli” 17 miliardi, sono in tanti a leccarsi i baffi. Per i palati sopraffini della Torino bianconera, il Deus ex machina del calciomercato è stato doppiamente bravo.

Non solo ha rifilato Peruzzi all’Inter per 28 miliardi - un’esagerazione data l’età ed il presunto, poi non confermato dai fatti - logorìo fisico del Tyson nazionale - ma l’ha sostituito con un portiere ugualmente affidabile risparmiando un bel gruzzoletto. Van der Sar non nasconde la propria soddisfazione, convinto di valere la fiducia del popolo bianconero.

Al suo arrivo, non nasconde l’entusiasmo per la nuova avventura.

Avevo diverse opzioni, ho parlato prima con il Liverpool. Pensavo che la Premier League avesse analogie con l’Eredivisie, volevo una sfida diversa. 

Van der Sar sposa la Vecchia Signora con la promessa di costruire il gioco da dietro, impostando l’azione all’olandese. Non succederà, i compagni si affideranno ai famosi lanci lunghi all’italiana e tanti saluti al totaalvoetbal. Edwin, gioca lungo, non costruiamo da dietro, gli urlano i compagni in partita. Una mancanza di fiducia che mina le certezze di Van der Sar, che da cigno si trasforma in anatroccolo. La prima stagione, terminata con lo scudetto perso a Perugia, si rivela senza arte né parte. Una sufficienza striminzita ed il rimpianto generale per Peruzzi. 

Dovrà ambientarsi - sussurrano gli ottimisti - dopotutto quello italiano è un calcio completamente diverso da quello a cui era abituato.

Diversa è invece l’opinione dei più scettici. Te lo dico io, Moggi ha preso un brocco, parole aspre dei criticoni poco inclini a comprendere le vaste complessità del mondo pallonaro.

Un’annata balorda.  È nella seconda stagione che Van der Sar mostra il peggio di sé con una serie di “cappelle” decisive in Champions League e in campionato.
Contro la Lazio viene uccellato da una conclusione molliccia di Salas, in Champions League è beffato da una punizione tutt’altro che irresistibile calciata dall’ex Paulo Sousa.
Finita? Neanche per sogno. Nel big match di campionato contro la Roma - partita che si gioca al Delle Alpi - la Juventus è in vantaggio di due reti e pregusta l’aggancio alla Lupa.
Capello inserisce Nakata e il samurai giunto da Perugia affila la katana. Prima accorcia le distanze, poi lascia partire una conclusione che Van der Sar non trattiene.
È la ghigliottina che si abbatte sul suo collo affusolato, il boia ha le fattezze dell’Aeroplanino Montella, abile nel realizzare il 2-2. Un errore che costa lo scudetto alla Juventus e la panchina ad Ancelotti, silurato a fine stagione per far nuovamente posto a Marcello Lippi, in crisi di nervi dopo un biennio tormentato all’Inter.

L’inevitabile addio. Van der Sar getta la spugna ma non si nasconderà dietro fantomatici problemi di miopia. 

È un periodo buio per me, non mi è mai successo in carriera ma non ho problemi di vista - confessò ai giornalisti - mi sono chiesto tante volte perché sto commettendo tutti questi errori, ma non ho saputo darmi risposta. È vero che si gioca in undici, ma io mi sento responsabile dei risultati negativi. Mi dispiace, ma il primo deluso sono io. 

A fine stagione saluta Torino che mai lo ha amato, destinazione Premier League. Un quadriennio al Fulham prima di assurgersi a colonna del Manchester United con cui vincerà quattro Premier League, tre Community Shield, tre Coppe di Lega inglesi, una Champions League ed una Coppa del mondo per club. Con la maglia dei Red Devils tornerà ad essere quel gigante ammirato in Olanda. Gli anni sbiaditi di Torino saranno solo un ricordo lontano. La Juventus no, resterà sempre nel suo cuore.

Ricorderà quei tempi con una punta di amarezza e con un affetto crescente nei confronti della famiglia Agnelli. 

Gli Agnelli? Uomini di gran classe e amabili intenditori di calcio. Quando parlavo con loro, e mi capitava spesso, mi sembrava di perdere molti centimetri e di diventare piccolo piccolo. 

Così parlò Van der Sar, il gigante d’Olanda che a Torino divenne Pollicino senza mai perdere l’umiltà che lo avrebbe reso un eroe a Manchester.

Raffaele Garinella - Agenzia Stampa Italia

 

Foto di LaPresse Torino / Archivio Storico - La Serie A degli anni Novanta, su ilpost.it, 15 aprile 2020., Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=8420330

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