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(ASI) Un film già visto. Anzi due. Come a Nocera e a Grosseto, le due precedenti trasferte di questa stagione,  il Perugia ha in mano la partita, che in poche mosse gli viene sottratta. Un po' per propria incapacità di chiudere i giochi, molto per decisioni arbitrali per lo meno discutibili. A Prato, dopo il vantaggio, il Grifo non affonda i colpi, lascia troppo campo al Grosseto e permette che troppi palloni dalle retrovie (e dalla destra dell'attacco toscano, chiedere a Sini) arrivino dentro l'area di Koprivec. Resta da capire se l'arretramento di baricentro dei biancorossi dopo l'1-0 sia stato tattico, per fra scoprire il Prato e colpirlo in ripartenza; o se sia imputabile ad un ammollimento di tensione che, se così fosse, somiglierebbe troppo a quello già visto e stigmatizzato in altri momenti di questo campionato. Fatto sta che il Prato ha preso qualche confidenza di troppo e ha cominciato a cercare giocate e lanci lunghi per le spizzate di Silva Reis dalle parti di Koprivec. Ma tutto sarebbe andato comunque bene se non ci fossero stati i due rigori e le altrettante espulsioni che hanno rovesciato completamente gli equilibri in campo, come nessuno avrebbe potuto prevedere fino a qualche minuto prima. Diciamo subito che il secondo rigore, quello segnato dal Prato, c'era. Ma sul primo abbiamo grossi dubbi e, tra l'altro, semmai, era Comotto e non Scognamiglio ad aver avuto il contatto incriminato. Però, aldilà anche dei rigori, è stata l'interpretazione complessiva della gara da parte del signor di Torino a non convincere. In una gara non particolarmente cattiva, cinque ammoniti e tre espulsi da una parte (quella umbra, contando anche Camplone) e solo due ammoniti dall'altra, non riflettono quello che si é visto davvero in campo e, alla fine, inevitabilmente, distorcono il risultato. Così il Perugia, per la terza trasferta su tre, si trova a recriminare per quello che poteva essere (vittoria) e non è stato per demeriti propri e per cause diciamo così esogene. Il che, tradotto in cifre, vuol dire sette punti su nove lasciati per strada: non proprio una cosa da poco nell'economia di un campionato che si preannuncia equilibrato e con molte pretendenti alla vittoria.

Oggi di davvero positivo c'è la capacità della squadra, cioè dei nove undicesimi che sono rimasti in campo, sostituzioni comprese, di non disunirsi, di non smarrirsi nella rabbia e nella delusione per la piega che le cose avevano preso in campo. Gli uomini di Camplone hanno resistito, stretto i denti, tirato fuori la testa sopra il pelo dell'acqua appena il Prato, passato in vantaggio a inizio ripresa, si è sentito appagato e ha tirato i remi in barca. Piano piano, il 4/3/1 ridisegnato dal tecnico, ha preso coraggio, ha provato a spingersi dalle parti dell'area pratese. Questo è bastato ai pratesi per farsi venire il braccino del tennista e cominciare a sentire l'affanno dell'ultima curva. Fabinho a quattro minuti dalla fine ha stampato il francobollo celebrativo della sagacia tattica e del cuore con cui il Grifo ha affrontato l'emergenza. Un tiro da fuori di rara forza e precisione ha rimandato in paradiso i tifosi perugini venuti in riva al Bisenzio nonostante il caro prezzo-biglietti. Forse può cominciare da questa assurda  partita un nuovo campionato del Perugia nel quale due condizioni dovranno avverarsi perché le potenzialità della squadra emergano senza impicci. Prima condizione: la squadra deve gestire meglio, mentalmente prima ancora che tatticamente, le situazioni di vantaggio. Seconda: i fattori che abbiamo definito esogeni, dovrebbero consentire che il campionato possa giocarsi effettivamente alla pari tra tutte le protagoniste. La prima condizione è compito di Camplone e dei giocatori crearla. La seconda, è dovere di chi, per compito istituzionale, deve  promuovere e tutelare la professionalità e la preparazione in tutte le componenti che scendono in campo la domenica. (P.s.: l'ordine in cui abbiamo catalogato le due condizioni non rappresenta una classificazione di importanza).

Daniele Orlandi – Agenzia Stampa Italia

 

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