Dibattiti. Alaska e dintorni. Vincitori e vinti di Stefano Vernole

(ASI) Riceviamoe Pubblichiamo -  Lo “storico” incontro tenutosi tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska a Ferragosto lascia in sospeso molti degli interrogativi che ci hanno accompagnato durante questi anni in cui la Russia, a partire dal 24 febbraio 2022, è stata considerata dall’asse euroatlantico un paria internazionale e il suo presidente un criminale da arrestare e trascinare all’Aja per un processo esemplare.

(ASI)Lo “storico” incontro tenutosi tra Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska a Ferragosto lascia in sospeso molti degli interrogativi che ci hanno accompagnato durante questi anni in cui la Russia, a partire dal 24 febbraio 2022, è stata considerata dall’asse euroatlantico un paria internazionale e il suo presidente un criminale da arrestare e trascinare all’Aja per un processo esemplare.

Già questa premessa, però, consente di stabilire un primo bilancio. Non solo il capo del Cremlino è stato accolto con tutti gli onori e applaudito dall’attuale boss dell’Occidente collettivo, ma è riuscito pure ad eludere quello che era il principale punto all’ordine del giorno e cioè un cessate il fuoco in Ucraina, invocato a gran voce dalla NATO e da Kiev per frenare il lento ma inesorabile cammino dell’esercito russo verso la liberazione dei territori contesi.

In attesa di capire che cosa verrà deciso nelle prossime settimane – un possibile accordo complessivo oppure un inasprimento del conflitto – possiamo dare per acquisiti alcuni punti. La Russia ha ottenuto una vittoria tattica, che potrebbe diventare strategica se dovesse continuare l’Operazione Militare Speciale fino alla liberazione di Odessa e Kharkov; ciò significherebbe però la rottura completa con l’Alleanza Atlantica e il prolungamento di uno stato di guerra sotterraneo e quotidiano fino al logoramento totale di uno dei due contendenti.

Da questo punto di vista, l’atteggiamento della Casa Bianca risulterà decisivo; se gli Stati Uniti decidessero di rimanere protagonisti assoluti della partita ucraina come lo sono stati durante l’Amministrazione Biden, è probabile che i russi si accontenterebbero delle loro attuali richieste: le quattro regioni (Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporozh’e – la Crimea non è nemmeno una base di discussione), la tutela della lingua, della cultura russa e della Chiesa ortodossa nel resto dell’Ucraina e l’esclusione di Kiev dalla NATO.

A meno che Putin non abbia barattato alcune di queste condizioni con un arretramento della NATO in Europa orientale (in particolare la rimozione dei sistemi antimissile Aegis in Polonia e Romania), è difficile sapere che cosa Trump abbia finora ottenuto in cambio da Mosca. Se, infatti, la Russia rimanesse indisponibile ad allinearsi agli Stati Uniti ad una “nuova” visione del mondo “conservatrice”, dove i nemici della “razza bianca” sono cinesi e islamici, Washington potrebbe anche pensare che in fondo un accordo globale con Mosca non convenga e che sia meglio continuare con una guerra ad oltranza.

Ma anche se gli Stati Uniti decidessero, come probabile, di non rimanere più in “prima linea”, Trump potrebbe comunque “salvare la faccia” dichiarando al mondo che lui le ha provate tutte ma che Putin e Zelensky rimangono indisponibili al compromesso; gli USA proseguirebbero a vendere armi alla UE-NATO per altri 100 miliardi di dollari (con una maggiorazione del 10% per dotare Kiev della difesa aerea), gli europei a loro volta le regalerebbero all’Ucraina per mantenere la Russia impegnata militarmente e consentire al Pentagono di rivolgersi verso il suo obiettivo strategico: il contenimento attivo della Cina in quella che si definisce la regione dell’Indo-Pacifico.

Anche per la Casa Bianca, infatti, la vittoria è stata solo tattica. Raggiunto l’obiettivo minimo di staccare l’Unione Europea dalla Federazione Russa, ufficializzando a tutti gli effetti il vassallaggio di Bruxelles nei confronti di Washington, il conflitto innescato dagli USA in Ucraina ha però favorito lo scivolamento ancora più profondo di Mosca verso Pechino: un asse eurasiatico difficilmente incrinabile, almeno finché Putin e Xi Jinping rimarranno al potere, e che addirittura rischia di estendersi all’India, realizzando quel triangolo strategico auspicato fin dagli anni Novanta da Evgenij Primakov e incubo di tutti i pensatori geopolitici angloamericani.

In attesa di capire questa evoluzione, abbiamo sicuramente due parti sconfitte: l’Ucraina e l’Europa. La prima si appresta a perdere ufficialmente tra il 20 e il 25% del proprio territorio, oltre all’incredibile numero di morti e dispersi – con una crisi demografica devastante e un debito estero inestinguibile, specialmente dopo aver ceduto alla Russia i giacimenti di materie prime più importanti. Se poi la Russia dovesse continuare la propria offensiva portando le proprie truppe sulla linea del Dnepr, diverrà inevitabile che la Polonia avanzi nei territori occidentali e che le minoranze ungheresi e romene finiscano per gravitare verso la Madrepatria: l’Ucraina diverrebbe a tutti gli effetti uno “Stato fallito”.

L’Unione Europea ha completamente abbandonato ogni velleità di autonomia strategica, trovandosi ora totalmente dipendente dagli Stati Uniti non solo dal punto di vista militare ma anche economico, al punto che durante il vertice dei “volenterosi” a Washington Ursula Von der Leyen è arrivata a chiedere garanzie non solo per Kiev ma anche per Bruxelles.

Non molto meglio se la passa la NATO, comandata dai Generali americani ma gestita attualmente dagli inglesi (cioè da due potenze extraeuropee), perché la vittoria russa in Ucraina (seppur tattica) ne ha compromesso la credibilità e messo a nudo i limiti di deterrenza.

Stefano Vernole

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