(ASI) Gorizia – Il 15 settembre del 1947, entrò in vigore il Trattato di Pace di Parigi tra Italia e Jugoslavia, firmato il 10 febbraio dello stesso anno che risolveva la questione dei confini fra i due Stati, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, assegnando Pola e Fiume alla Jugoslavia e Gorizia all'Italia.

Restava come “territorio libero”, il territorio di Trieste, amministrato dagli Anglo – Americani, la cui questione si risolse nel 1954 con l'assegnazione all'Italia dell'amministrazione della Zona A (circa l'attuale provincia di Trieste) e “provvisoriamente” alla Jugosliavia della Zona B ( formata dalle città di Capodistria, Isola d'Istria, Pirano, Umago, Buie d'Istria e Cittanova d'Istria). Sia la zona A che la zona B erano in maggioranza abitati da popolazioni di nazionalità italiana, nonostante gli eccidi delle foibe, gli espropri e le violenze; perciò, entrambe le zone, sarebbero dovute ritornare prima o poi all'Italia. Ma, così non fu. La controversia internazionale fra i due paesi si risolse definitivamente il 10 novembre 1975, allorché fu firmato (non senza aspre polemiche in Italia) dal Governo “Moro” il trattato di Osimo (poi ratificato dal Parlamento nel 1977) che di fatto “regalava” la Zona B (storicamene parte della Venezia – Giulia) alla Jugoslavia che ormai era uscita dall'orbita del blocco sovietico e si era posta in una posizione di paese “non allineato”, porta dell'Occidente in Oriente.

In Italia, nel corso dei decenni, gli ambienti più nazionalisti non hanno mai smesso di sperare in un ritorno dell'Istria e della Dalmazia alla Madre Patria e che i crimini dei Comunisti jugoslavi nelle foibe venissero alla luce.

Ma, la “verità” delle foibe era troppo scomoda, perché metteva alla luce un crimine compiuto dai Comunisti che erano comunque sia la maggiore forza del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) e nella Prima Repubblica Italiana, la seconda forza politica del Paese, e svelavano un volto di vittima e non certo di carnefice, degli Italiani di quelle terre di confine orientale che avevano lottato con tutte le loro forze per restare italiani e bollati come “Fascisti” dalla cultura di sinistra imperante che aveva fatto dell'internazionalismo che si contrapponeva al nazionalismo il suo cavallo di battaglia, anche perché congeniale all'esaltazione del sistema sovietico.

Quindi, l'argomento foibe, è stato ufficialmente un tabù, sia storico che giornalistico per almeno cinquant'anni e solo circa dalla metà degli anni Novanta del Novecento, con la caduta del blocco comunista, ne hanno cominciato a parlare sia a livello politico, sia storico, sia giornalistico che culturale.

Così gli esuli Istriani e Dalmati, solo dal 2004, possono avere il loro “Giorno del Ricordo” che si svolge in Italia per gli infoibati e per gli esodati il 10 febbraio di ogni anno.

Il “Giorno del Ricordo” delle foibe è stato contestato da ambienti della Sinistra più radicale e in ambienti governativi sloveni perché ometterebbe che le foibe sarebbero il risultato della reazione slava alle persecuzioni portate avanti dall'esercito italiano durante la Seconda Guerra Mondiale nei Balcani.

Addirittura, il governo sloveno è andato oltre, poiché a seguito dell'istituzione del “Giorno del Ricordo” in Italia, è stata istituita nel 2005 in Slovenia la “Festa del Litorale Sloveno”, ufficialmente “Festa del Ritorno del Litorale Sloveno alla Madrepatria” (in Sloveno “Vrnitev Primorske k Matični Domovini”) che ricorda precisamente l'annesione del Litorale istriano all'allora Repubbblica Socialista Federale di Jugoslavia, sotto la Repubblica Socialista di Slovenia (ora Slovenia).

La Festa del Litorale Sloveno, istituita dal Presidente sloveno Janez Drnovšek, si tiene proprio il 15 settembre 1947, giorno dell'entrata in vigore del Trattato di Parigi del 10 febbraio dello stesso anno e giorno religioso in onore di Maria, patrona della Slovenia.

Ma, nessun esponente della minoranza italiana in Slovenia ha mai partecipato a tali celebrazioni pubbliche ufficiali, anzi ogni anno arriva una protesta da parte degli esponenti politici italiani che contestano l'infondatezza della festività slovena, poiché quelle zone, secondo i contestatori, non sarebbero mai state slovene, né etnicamente, né regionalmente, né storicamente.

Gli Sloveni si rifarebbero alla tradizione amministrativa austro – ungarica che a loro dire avrebbe ribattezzato quell'area come litorale sloveno, ma su questo, secondo fonti italiane non ci sarebbero riscontri, in un'area geografica ed etnico - culturale che nel corso dei secoli ha fatto parte prima dell'Italia della Res Publica Romana, poi dei possedimenti della Repubblica di Venezia.

Alcuni che screditano la legittimità della festa slovena, adducono anche il fatto che solo nel 1991 la Slovenia si è resa legalmente indipendente dalla Jugoslavia dal punto di vista della sovranità statale e che quindi il 15 settembre 1947, “nulla” sia ritornato a lei.

Dunque, in definitiva, secondo i Nazionalisti italiani, gli Sloveni si sarebbero inventati una "festa" per contrastare la " Giornata del Ricordo " italiana, suscitando un mare di polemiche, di critiche e di tensioni fra i due Stati confinanti e tutto ciò nonostante l'adesione all'Unione Europea della Slovenia.

Cristiano Vignali - Agenzia Stampa Italia

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