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(ASI) Nonostante gli alterni avvicendamenti alla guida delle amministrazioni locali, negli ultimi vent’anni di bipolarismo imperfetto, le notti delle città italiane continuano a rappresentare lo stesso spettacolo impietoso, interpretato da nugoli di ragazze giovanissime e dai loro clienti, uomini di ogni età e classe sociale che barattano qualche spicciolo con un attimo di agghiacciante intimità. La prostituzione è il cavallo di battaglia di ogni campagna elettorale, senza distinzione di colore politico o schieramento;

il messaggio è sempre quello: con il nuovo sceriffo in città, lo spettacolo indecente avrà fine. Il dibattito sulla prostituzione, quello della politica da salotto televisivo, è così ridotto a questione di buon costume e decoro urbano, come se le implicazioni di un atto sessuale comprato non fossero ben altre, specchio del pensiero comune che riduce il fenomeno all’odioso refrain del mestiere più vecchio del mondo; definizione peraltro singolare, in tempi di austerità e crisi del mercato del lavoro, se ad esercitarlo su territorio italico sono quasi esclusivamente donne straniere, irregolari o clandestine, ma soprattutto, figlie di qualcun altro.

Da qualche tempo, alcuni amministratori locali, da nord a sud, per rispondere alla cittadinanza stanca della situazione insostenibile, e arrabbiata per l’ennesima promessa non mantenuta, rispolverano l’ultimo disegno di legge nazionale in materia di prostituzione, DDL 1079/2008, a firma degli allora ministri per le pari opportunità e della giustizia, rilanciando la proposta del percorso di approvazione parlamentare. Il testo, costituito di soli quattro articoli, prevede la punibilità del reato di prostituzione esercitata in luogo pubblico o aperto al pubblico, con la reclusione fino a 15 giorni, e un’ammenda di 3000 euro, per entrambe le parti dell’accordo illecito. Il linguaggio tecnico-giuridico definisce i rei eventuali come “soggetti che esercitano la prostituzione”, facendo giustizia del lessico volgare(del volgo) che qualifica prostitute o puttane chi è prima di tutto persona e cittadino, malgrado tutto. Sempre il linguaggio del diritto, attraverso la locuzione “esercizio della prostituzione” chiarisce, anche in questo caso senza intenzione, che di mestiere non si tratta!

Tuttavia, la proposta tradisce la volontà di nascondere sotto il tappeto, una questione di rilevanza squisitamente etica, facendone, ancora una volta, un problema di ordine pubblico. Il testo nella sua interezza, appare poco coerente: la premessa al quadro normativo, definisce la prostituzione come “fenomeno che si consuma, prevalentemente, in condizioni di miseria morale e sociale e richiama le istituzioni a intervenire, attraverso misure che tutelino la dignità e i valori della persona umana, e la sua libertà di determinazione”. E’ evidente la contraddizione di tale assunto con la previsione della perseguibilità penale degli stessi soggetti che si vorrebbero tutelare. E l’incongruenza non è certo attenuata dall’ipotesi di colpa anche per clienti e sfruttatori: se il soggetto è riconosciuto debole, sottomesso da altro soggetto, la sanzione dovrebbe tutelarlo e colpire unicamente l’aguzzino. Un’ipocrisia velata da presupposti umanitari, che nascondono il vero tabù della società moderna, quello di una sessualità mercificata, derubata della sua dimensione più intima e violentata nella sua natura sublime. E’ troppo comodo puntare il dito contro le organizzazioni criminali, che non fanno distinzione tra armi, droga o esseri umani, rappresentando comunque il lato dell’offerta, e non della domanda.

Stravolgere il senso apparente delle cose, aiuterebbe a dare senso manifesto alla realtà, riconoscendo finalmente che il vero colpevole morale è colui il quale asseconda egoisticamente i propri istinti, forte della mistificazione vecchia come il mondo.

 

Fabrizio Torella Agenzia Stampa Italia

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