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(ASI) Lettere in Redazione. Reggio Calabria - In questi giorni è stata rimestata dalla spazzatura una vecchia dichiarazione, già assorta alle cronache giornalistiche addirittura nell’estate del 2011, del calunniatore Antonino Lo Giudice. Le dichiarazioni calunniose, diffamatorie e indegne rilasciate da Lo Giudice, che per quanto mi riguarda sono totalmente false e prive di qualsiasi fondamento, farebbero riferimento ad una richiesta, giunta allo stesso da parte di tali Canzonieri Donatello e Monorchio Antonio, di votare il sottoscritto alle elezioni comunali: indicazione che il calunniatore Lo Giudice afferma di non avere esaudito. Inoltre, lo stesso Lo Giudice nel fare riferimento alla mia persona afferma che sarei quel personaggio che abita dove c’è il bar di Ficara Domenico, sotto l’ex caffè Mauro, vale a dire nel quartiere Tre Mulini.

Intanto, onde evitare qualsiasi equivoco di sorta, con grande orgoglio desidero evidenziare che non conosco, né ho mai conosciuto il calunniatore Lo Giudice e i suoi sodali Canzonieri e Monorchio. Inoltre, come noto, non sono stato affatto candidato alle elezioni comunali e, come se non bastasse, abito ininterrottamente da oltre 49 anni nel quartiere Sbarre.

Insomma, si tratta di una bufala, per quanto avvelenata, di proporzioni enormi e macroscopiche. Una montagna di calunnie e di diffamazioni che già lo scorso anno, quando le medesime dichiarazioni di Lo Giudice furono pubblicate da un settimanale calabrese, ho provveduto a smascherare con chiarezza e semplicità.

Tenuto conto della mia indiscussa e riconosciuta moralità e onorabilità, non mi limitai a inviare al settimanale una corposa replica, per quanto approfondita e documentata, che, senza alcun dubbio, sgombrava il campo da qualsiasi tentativo di strumentalizzazione. Non mi fermai assolutamente a quella semplice azione.

Infatti, ho, formalmente ed immediatamente, chiesto gli atti in questione al Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria dott. Giuseppe Pignatone e, contestualmente, ho chiesto ed ottenuto un incontro ufficiale con lo stesso Procuratore per chiedere conto e spiegazioni di questa vicenda assolutamente incredibile. Sono stato ricevuto nell’agosto 2011, qualche giorno prima delle ferie estive, dal Dott. Pignatone, insieme all’avv. Lorenzo Fascì, presso gli uffici della Procura.

In quella sede ho esposto la mia ferma protesta per le vergognose e false dichiarazioni del Lo Giudice, facendo presente che, viste queste circostanze, si stava correndo il rischio concreto di trasformare la vicenda reggina, caratterizzata da una presenza e uno strapotere assoluto ed asfissiante della ‘ndrangheta, in una paradossale situazione di gattopardesca memoria nella quale tutto è mafia e niente è mafia: un grande polverone che rende tutti uguali, senza alcuna distinzione. Di fronte alle mie rimostranze, supportate da fatti precisi ed incontestabili, il dott. Pignatone ci informò che in vista del medesimo incontro aveva chiesto agli uffici una verifica riguardo le dichiarazioni del Lo Giudice circa la mia persona e che era in grado di potermi formalmente comunicare, a seguito di una specifica informativa ricevuta da parte del dott. Renato Cortese, Dirigente della Squadra Mobile di Reggio Calabria, che nelle dichiarazioni di Lo Giudice c’era stato un “evidente errore e scambio di persona”, che si trattava di uno “schizzo di fango” e che si scusava anche a nome dei colleghi per questa incresciosa vicenda nella quale ero stato incredibilmente coinvolto senza alcun fondamento, assicurandomi, inoltre, che la vicenda si doveva considerare conclusa.

Ma, evidentemente, nonostante la palese falsità, si vuole tentare di infangare ad ogni costo per cercare di sfregiare una limpida storia politica, personale e familiare incentrata costantemente nella lotta alla ‘ndrangheta.

A Reggio sono chiare, lampanti ed evidenti le commistioni e le infiltrazioni della ’ndrangheta in ben determinati e, spesso, trasversali settori politici ed istituzionali. Sarebbe sufficiente continuare ad indagare a fondo e a 360 gradi su quanto è accaduto nelle elezioni regionali del marzo 2010. Basterebbe poco, infatti, per verificare, in primis nei quartieri e nelle zone ad altissima densità di presenza e penetrazione delle organizzazioni mafiose (vedi Archi), dove, come e in che misura si sono concentrati gli appoggi e i consensi delle cosche della ‘ndrangheta e delle famiglie mafiose.

Una cosa è certa: non mi faccio intimidire. Questa vicenda, tutta da chiarire e decifrare, non mi farà arretrare di un millimetro nel mio impegno nella lotta contro la ‘ndrangheta e le organizzazioni mafiose che infestano minacciosamente il nostro territorio.

 MICHELANGELO TRIPODI

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