Riforma elettorale, scontro frontale alla Camera. Le opposizioni fanno muro, il Pd attacca: «Regole cambiate per paura di perdere». Il centrodestra si compatta su governabilità e merito

(ASI) L’Aula della Camera si trasforma in uno spazio di scontro sulla riforma della legge elettorale.

Da un lato la maggioranza, guidata da Fratelli d'Italia, rivendica la necessità di garantire stabilità al Paese e chiarezza agli elettori; dall'altro le opposizioni unite, con il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico in prima linea, che denunciano una manovra "di parte" cucita su misura alla vigilia del voto per scongiurare una sconfitta, evocando lo spettro di un Parlamento di nominati.

FdI e gli alleati: «Chi vince governa, basta instabilità»

La linea della maggioranza è chiara: assicurare che la coalizione più votata ottenga i numeri per governare. «La legge elettorale che proponiamo assegna la maggioranza a chi prende anche un solo voto in più dell'altra coalizione, cosa che l'attuale Rosatellum non garantisce», spiega il relatore Angelo Rossi (FdI), respingendo le accuse del Pd e ricordando come i dem, in passato, avessero proposto premi ben più consistenti. Il deputato Francesco Mura (FdI) rincara la dose, attaccando le giravolte del M5S e leggendo la difesa del sistema attuale da parte del Pd come una strategia interna «per regolare i conti nel campo largo». Per Alessandro Urzì, capogruppo in Commissione Affari Costituzionali, si tratta di un impegno preso con la Nazione: «Gli italiani devono conoscere la sera stessa del voto chi li governerà».

Sulla stessa linea i partner di governo. Forza Italia spinge sulla difesa della rappresentanza di coalizione, blindando l'impianto della governabilità, ma restando ferma nel chiedere che le modifiche – compreso il delicato nodo del meccanismo delle preferenze – rispettino sempre il principio del merito ed evitino storture incomprensibili per gli elettori. La Lega, con il capogruppo in commissione Igor Iezzi, difende con forza l'accelerazione dei lavori parlamentari per superare i limiti dell'attuale sistema, respingendo al mittente le ironie delle minoranze su quelle che le opposizioni definiscono "liste blindate" e rivendicando un modello chiaro che metta fine alla stagione dei governi tecnici o delle larghe intese.

La trincea del Pd e del M5S: «Un blitz dettato dalla paura»

Durissimo l'affondo del Partito Democratico, che fa asse con le altre forze di minoranza. «È l'ennesima forzatura di una maggioranza che si muove a colpi di blitz», attacca la capogruppo dem Chiara Braga. Secondo il Pd, dietro l'improvvisa accelerazione impressa al testo non c'è una reale spinta riformatrice, bensì «una destra che non riesce a trovare la quadra interna e punta a modificare le regole del voto solo per paura di perdere le elezioni». I democratici denunciano il rischio di un drastico allontanamento dei cittadini dalle istituzioni causato dal sistema dei listini bloccati.

Una sponda raccolta e amplificata dal Movimento 5 Stelle. Ida Carmina (M5S) evoca i precedenti storici: «La legge Acerbo non ha insegnato nulla. La paura di Meloni fa 105: tanti sono i parlamentari eletti grazie all'assurdo premio di maggioranza». Secondo il Movimento, il centrodestra cambia le regole per il timore di perdere i collegi, soprattutto al Sud, penalizzato anche dal "No" al voto dei fuori sede. Carmela Auriemma (M5S) definisce il testo un distillato di «arroganza e interesse di parte», destinato a creare «un parlamento di nominati» e ad accentrare il potere nelle mani dei leader. Sulla stessa scia il questore di Montecitorio Filippo Scerra (M5S), che paventa il rischio di un nuovo verdetto di incostituzionalità della Consulta: «Vogliono cambiare le regole del gioco perché temono la vittoria del campo progressista».

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