(ASI) La definizione di un piano casa pluriennale, stimato in circa 10 miliardi di euro e orientato alla realizzazione di circa 100mila alloggi nell’arco di un decennio, è un punto tornato centrale nell’agenda politica italiana in questi giorni.
La questione è diventata centrale per le politiche sociali e nell’ambito della gestione del disagio abitativo, che negli ultimi anni è stato accentuato dall’aumento dei canoni di locazione e dalla riduzione dell’offerta accessibile. Il piano si inserisce nel periodo e contesto post-pandemico e nel progressivo esaurimento delle risorse del PNRR, che aveva già previsto interventi sull’edilizia residenziale pubblica e si rivolge principalmente alle categorie considerate più vulnerabili, come: giovani coppie, lavoratori a basso reddito e nuclei familiari in condizioni di fragilità economica. In questo senso, la misura si collega al concetto di housing sociale.
I dati ISTAT nel corso degli anni hanno evidenziato un aumento delle famiglie in difficoltà nel sostenere i costi abitativi, e stimolato la reazione di amministrazioni locali e organizzazioni sociali, che si sono interessati sempre di più all’opportunità di ampliare l’offerta di alloggi a canone sostenibile.
Il piano governativo si sviluppa lungo due direttrici principali: la prima riguarda la costruzione di nuovi alloggi attraverso partenariati pubblico-privati, ossia le collaborazioni tra Stato e imprese per finanziare e realizzare opere, il quale auspicio è quello di ridurre il peso diretto sulla spesa pubblica; la seconda invece prevede il recupero e la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, in particolare immobili pubblici inutilizzati o degradati. Questo secondo approccio punta a contenere i tempi di realizzazione e a limitare il consumo di suolo.
Operativamente parlando, le risorse dovrebbero essere distribuite su più annualità con un coinvolgimento diretto degli enti locali nella selezione dei progetti. Le amministrazioni comunali, infatti, sono state chiamate a individuare le aree o gli edifici da destinare agli interventi, sulla base dei piani regolatori e delle esigenze territoriali, mentre il coordinamento centrale resta in capo al governo, chiamato a definire le linee guida e i criteri di accesso ai fondi.
Ci sono tuttavia criticità che riguardano in primis i tempi di attuazione, che risultano particolarmente complessi in quanto richiedono iter autorizzativi piuttosto lunghi e coordinati tra vari livelli istituzionali. Altre riguardano le risorse economiche e la sostenibilità finanziaria, dipendente dal contributo del settore privato. Ma la difficoltà principale, sarà quella di tradurre le linee programmatiche del governo in interventi concreti, nei tempi previsti e con i benefici attesi.
Carlo Armanni - Agenzia Stampa Italia



