(ASI) Reggio Calabria - Il nostro personale pensiero della vita morale dovrebbe fornirci strumenti utili per trattare e rispettare le fragilità nel giusto modo. La maggior parte delle persone dovrebbe, con responsabilità, occuparsi della cura degli altri, attribuendo a ciò il giusto valore. Questi ultimi concetti, negli ultimi decenni, sono stati fonte di ricerca e di studio per rivendicare il valore etico e politico legato alla cura.

La cura, così banalizzata perché ritenuta solo un sentimento, una predisposizioned’animo o semplicemente un insieme d’azioni,oggi potremmo dire che è un valore capace di allargare i propri confini, dirinformare la vita politica e sociale e di poter essere accorpata agli altri valori liberali, come i diritti, mostrandosi pienamente compatibile. Molto si è scritto e si scriverà in tal senso, ma la differenza la farà sempre l’attenzione e il pragmatismo d’intenti che si attribuiscono a certi concetti,che paradossalmente rivestono un ruolo essenziale nella società e sostengono la vita stessa. Quello che vorrei richiamare all’attenzione della politica, e non solo,è che il cambiamento di paradigma, inteso come condotta pratica, è possibile solo se si dà valore al concetto di responsabilità e ci si attiva per essa. La responsabilità verso chi è più fragile, che non chiede attenzioni paternalistiche, ma piuttosto il riconoscimento del proprio diritto di cittadinanza che si basa su forme mature e laiche di solidarietà.

Dalle nostre parti, sfortunatamente, siamo ancora fermi in attesa che la politica, che sembrerebbe affetta da atonia morale, si occupi concretamente della questione e si attivi a sostegno delle fasce più deboli.

Non bastano, a mio avviso, vista la mia esperienza diretta da educatore psichiatrico, proclami o egocentrismi di vario genere, e ancor meno serve demandare certi compiti a burocrati che hanno esclusivamente una visione tecno economica, misurabile con indicatori di crescita e reddito.

La disabilità ha bisogno di “senso di responsabilità” che guarda oltre le frontiere tradizionali del vivere comune e che di conseguenza propone una dimensione dove la diversità è ricchezza e non limite. Vorrei che il sociale nella nostra città superasse lo sguardo individualistico, pensasse ad unirsi e ad avere la capacità di riformarsi a beneficio del prossimo. La vulnerabilità, sappiamo bene, devecostituire il fondamento di base delle scelte sociali e politiche, partendo dalla premessa antropologica che tutti siamo fondamentalmente vulnerabili. Alla relazionalità, anch’essa sottostimata, va riconosciuto il valore terapeutico e sociale perché attraverso essa l’individuo aderisce al mondo della vita e ne fa parte. Il filosofo Martin Heidegger scrisse in merito “il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo”.

Mi chiedo evi chiedo, perché non intraprendere un confronto su tali questioni? Dobbiamo ammettere che la nostra comprensione su certi temi è ancora limitata, parziale e basata su una mentalitàe una prassi esclusivamente medica che è sempre stata poco abituata a leggere la dimensione esistenziale dell’uomo e le sue complessità.Il punto di partenza per una riforma della cura non può tralasciareil fatto che ogni soggettività va guardata nella sua complessità e che prima dipseudo tecnicismidi forme di riabilitazione omologanti e categoriali, va ricercata la capacità di saper ascoltare le fragilità di ogni individuo e il suo rapporto con la vita.Ogni fragilità è una condizione preziosa che ci accomuna e che ha poco a che fare con gli ideali di perfezione che il mondo di oggi ci fa credere reali. La malattia è quella condizione umana di fragilità che ci fa assumere un ruolo di sospensione da ciò che è la norma e con essa troviamo una sorte di “fascio di luce nelle tenebre” che nella crisi illumina la verità e ci consegna la chiarezza della vita. La cura (responsabilità-attenzione-empatia) verso ogni forma di diversità, e non solo, potrebbe essere in ogni ambito della vita sociale e politica un modello di ispirazione che offrirebbe una prospettiva democratica inedita, a mio avviso rivoluzionaria e che necessita impegno.

Concludo ringraziando chi ha avuto la sensibilità e la pazienza di leggere queste mie umili riflessioni (la gentilezza e l’educazione, tanto demodé in quest’epoca, sono una forma di cura.)" Così in una nota Giuseppe Fot della Coolap-responsabile settore psichiatrico Cisl fp.

 

 

 

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