(ASI) Il 1° dicembre prossimo i cittadini del Comune di Venezia saranno chiamati ad esprimersi, con un referendum consultivo, sulla divisione del comune nei due comuni autonomi di Venezia e Mestre.

Ed è la quinta volta. La questione non è di un banale conflitto di poteri e campanili, questa volta, come ha ben scritto sul Corriere della Sera Antonio Scurati, è diversa ed è molto importante perché Venezia, lo si è visto proprio in questi giorni, è un caso a sé. E’ unica nel mondo non solo per il suo fascino e le sue bellezze, anche per i problemi che ha. Gli amministratori comunali devono essere veneziani, capire, vivere e concentrarsi sulle criticità di questa città che il mondo intero ci invidia. È un impegno gravoso del tutto particolare, ed è anche un dovere verso tutti.  Il comune attuale, con Mestre che ha il doppio di abitanti (177.471 contro 91.370) non può esprimere e rappresentare le esigenze veneziane come qualsia persona di buonsenso capisce e condivide. Anche su questo referendum grava, però, la questione della partecipazione. Sarà valido solo se andrà a votare il 50 per cento più uno degli aventi diritto. E si tratta di una macroscopica iniquità. Almeno per due ragioni. La prima è perché quelli che sono contrari, cioè vogliono che non ci sia la divisione del comune, hanno due possibilità: vincere con il “no” nelle urne e anche che non si raggiunga il quorum. Quelli del “sì”, coloro cioè che vogliono due comuni autonomi, possono vincere soltanto se si raggiunge il quorum e le schede con il “sì” siano in maggioranza. Dovrebbe invece valere la maggioranza del “sì” o del “no”, a prescindere dalla partecipazione al voto, come avviene per le assemblee elettive. Se non altro per non bruciare inutilmente risorse pubbliche anche se comunque si tratta di un referendum il cui risultato non è vincolante.

Fortunato Vinci Agenzia Stampa Italia

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