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(ASI) Domenica 3 luglio, Chiomonte - Fin dalle prime ore del mattino, si capisce che non sarà una manifestazione come le altre. È un giorno di sole ed i manifestanti non si riescono a contare. “La Repubblica” inizialmente parla di 2 mila persone; tuttavia siamo talmente tanti che quando il corteo, dopo aver percorso diversi chilometri, si divide in due spezzoni, ancora si vedono flussi di gente allegra, palloncini e striscioni in lontananza. Come spesso accade la distanza che intercorre tra la realtà dei fatti e le cronache dei media è abissale. Siamo troppi, tanto che l’autostrada Torino-Bardonecchia verrà chiusa. Siamo davvero 70 mila. I partecipanti sono di ogni estrazione, sono donne e bambini e anziani, sono studenti e lavoratori arrivati da Roma, da Napoli, dalla Puglia e da chissà dove, per questa terra che evidentemente unisce l’Italia più di qualsiasi 150 esimo ufficiale. Il corteo procede festoso, gli striscioni sono tanti ma pochi sono quelli direttamente riconducibili ai partiti: l’indignazione è rivolta verso l’intera politica che in Val di Susa ha rinunciato alla rappresentanza del popolo in nome della tutela di interessi economici particolaristici. Un conto è leggere della bellezza di questa valle, un altro è vederla con i propri occhi: c’è stupore nelle parole dei molti presenti che, come noi, non si capacitano di come si possa pensare di violentare una specie di paradiso terrestre qual è questo posto. Inutilmente, oltretutto. Maroni oggi parla invano di “violenza di stampo terroristico”; ma non è forse un atto di terrorismo vero quello che quei quattro ladroni che (non) ci rappresentano vogliono imporre agli abitanti del luogo? Il verde della valle scintilla ed il sole ci brucia addosso: è praticamente impossibile non sentire il dovere di difenderla ed è facile comprendere come mai da così tanti anni gli abitanti del luogo conducano questa lotta che forse e per fortuna, così impari, non è più. Continuiamo a camminare tra i palloncini dei bambini – molti sono in prima fila, accanto agli amministratori locali – e le risate, questa è una giornata di festa e di rabbia, perché siamo qui per dire che la Maddalena è anche nostra e sicuramente non appartiene a chi ascolta solo la voce del denaro, è nostra e non di Fassino, e ce la riprenderemo. Al bivio che separa la strada per Ramat dalla discesa verso la centrale, il corteo si divide in due tronconi. Chi sale costeggiando la montagna, contrariamente alle aspettative, è un numero impressionante di persone, non quattro ragazzini in cerca di violenza. E sarebbe, del resto, inverosimile che qualche centinaio di presunti “black block” riesca a rispondere per tutto il giorno alla violenza per mano dei tutori dello stato. La strada che porta fino ai boschi è davvero lunga ma non scoraggia nessuno, ci si passa l’acqua e si ironizza sulla salutare difficoltà di fumare una sigaretta. Quando arriviamo nei pressi di Ramat, le forze dell’ordine da valle stanno già lanciando lacrimogeni ad altezza d’uomo ed usano gli idranti: lo faranno per tutto il giorno, tanto da rendere irrespirabile l’aria perfino nel bosco. Il viavai è inarrestabile e la solidarietà tra i manifestanti è eccezionale. La fotografia è quella di un bosco fiabesco con giovani e meno giovani che hanno gli occhi lucidi, il viso sporco ed a volte coperto che salgono e scendono per soccorrere i loro compagni ed informare gli altri. La reazione degli abitanti del luogo è straordinaria ed attiva: quando molti tra noi sono risaliti a Ramat, e la guardia di finanza ha caricato senza preavviso minacciando di scendere nei boschi verso i manifestanti, gli abitanti hanno unitariamente inveito contro la repressione violenta scendendo in strada a difendere i “No Tav”, offrendo acqua, vino e curando diversi feriti. Anche a valle intanto la ferocia delle forze dell’ordine di Maroni - quello del partito “territoriale” e vicino alla gente - fa numerosi feriti. Alcuni di loro vengono addirittura torturati e pericolosamente privati delle cure mediche. Ma per tutto il giorno, i media di destra e di sinistra, quelli democratici dell’antiberlusconismo e quelli forcaioli, ignorano colpevolmente la realtà e vaneggiano in coro di infiltrazioni di violenti, lamentano i soli feriti tra le forze dell’ordine minimizzando quelli tra i manifestanti, e soprattutto scende il consueto sipario sulle ragioni di una tra le principali proteste di massa nazionali degli ultimi anni, sulle ragioni del no, che sono una lista lunga vent’anni e mille lettere. Sulla strada del ritorno, uno striscione recita “non è la terra ad appartenerci, siamo noi ad appartenere alla terra”. Altro che fondi dell’Unione e competitività.

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