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(ASI) E’ difficile stabilire se sia stato più sgradevole l’incontro tra Pierluigi Bersani ed i rappresentanti del Movimento 5 Stelle, subito dopo le elezioni politiche della primavera scorsa, o quello di qualche giorno fa tra Matteo Renzi e Beppe Grillo. Sempre in diretta streaming, perché tutti potessero vedere il degrado in cui sono precipitate le istituzioni. In entrambi i casi, c’è stata una chiusura netta, pervicace ed incomprensibile del Movimento 5 Stelle ad entrare a far parte di una coalizione, più o meno ampia, per (cercare di) governare il Paese. “Fuori dalle istituzioni” sempre e a prescindere. Un proclama che mi pare un necrologio, destinato a provocare il suicidio, politico e programmatico prima ancora che elettorale.

 

Il Movimento 5 Stelle è nato ed ha avuto un notevole e straordinario successo elettorale nelle ultime politiche sull’onda di un discredito profondo e generalizzato di tutti i partiti politici e degli uomini che questi partiti sono stati chiamati a rappresentare. Ruberie d’ogni genere, spese pazze, pressione fiscale insopportabile, disoccupazione, montagna di debiti per lo Stato, sull’orlo della bancarotta. In questo quadro desolante, Beppe Grillo ed il suo Movimento hanno trovato il naturale humus per nascere e per crescere, peraltro al di là di ogni più rosea aspettativa. Milioni di persone si sono affidati a loro, principalmente, per protestare, ma anche per far in modo che tutte le nefandezze, di cui sono stati capaci i politici in tutti questi anni, in qualche modo finissero o, almeno, fossero attenuate. Era questo, più o meno, il mandato che il Movimento 5 Stelle aveva ricevuto dagli elettori. Finora questo mandato non è stato rispettato in pieno perché se è vero che ci sono state le proteste, a volte anche sgangherate, è anche vero che è mancata la parte costruttiva su cui deve poggiare qualsiasi forza - partito o movimento - che si promette di governare.

Bisogna dare atto che sono stati restituiti parte dei soldi ricevuti per i “rimborsi elettorali”, quel modo beffardo per chiamare il famigerato finanziamento pubblico ai partiti, e bisogna anche aggiungere che se non ci fosse stato il Movimento 5 Stelle non sarebbe mai venuto a capo la decadenza, da parlamentare, di Silvio Berlusconi. Ma questo, e poco altro, è assai poca cosa rispetto a quanto avrebbero potuto e dovuto fare se fossero entrati a far parte della maggioranza, peraltro da una posizione di straordinaria forza contrattuale, quando a invocare la loro partecipazione, era stato Pierluigi Bersani. Ma avrebbero avuto lo stesso potere trattando con Enrico Letta che, pungolato e spinto dall’interno dai “grillini”, forse, chissà, avrebbe combinato qualcosa di più utile e concreto per il Paese.

Ora c’è stato un altro netto rifiuto, anche in maniera sgarbata, dopo pochi minuti di un colloquio irreale ed imbarazzante, a Matteo Renzi. E qualche ora dopo, la maggioranza ha votato, ed approvato definitivamente, un’altra legge beffa sul finanziamento pubblico ai partiti che parte, in pratica, dal 2017. E’ l’ultimo “capolavoro” di Letta, o il primo di Renzi, come hanno sostenuto in aula i deputati 5 Stelle, che hanno esposto cartelli con su scritto: “Bugia numero uno, Renzi-Pinocchio” e “Legge truffa”. Enrico Letta e Matteo Renzi non potevano certo ignorare che hanno una “famiglia”, anche numerosa, da mantenere, naturalmente con i soldi pubblici, rappresentata da tutto l’apparato del Pd, con i suoi 160 dipendenti del Nazareno e tutti gli altri che sono in tutte le sedi sparse per il Paese, ai quali, tra l’altro, con un privilegio non da poco, è stato esteso pure il diritto alla cassa integrazione. Come spesso accade, la contestazione è stata senza conseguenze, inutile e sterile. Questa legge - e non è che l’ultimo esempio - non sarebbe mai stata approvata, e forse nemmeno concepita, se il Movimento 5 Stelle fosse stato in maggioranza, anzi avrebbe preteso (come aveva promesso in campagna elettorale) la cancellazione immediata di tutti i vergognosi finanziamenti pubblici che sono dati ai partiti, anche a quelli che non sono rappresentati in Parlamento. Gli elettori, per questo, anche per questo, avevano votato il Movimento 5 Stelle, non perché si limitassero ad esporre cartelli e fare cagnara.  Mi pare, dunque, che Grillo e la sua truppa, in cui s’intravedono personaggi piuttosto bravi, tutt’altro che sprovveduti, come vorrebbe far credere la propaganda avversa, con l’autoesclusione suicida abbiano imboccato la strada che porta ad un clamoroso e sconfortante fallimento.

Fortunato Vinci - Agenzia Stampa Italia

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