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(ASI) Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, l'immigrazione romena, moldava o dell'est Europa verso l'Italia non si è mai fermata, da quando è dilagata circa 14 - 15 anni fa. Certamente, ha subito dei rallentamenti. Molti hanno fatto fortuna, e sono tornati nel loro Paese reinvestendo ciò che hanno guadagnato nel nostro suolo. Altri hanno scelto di rimanere in Italia, facendo crescere i loro figli qui, frequentando le nostre istituzioni, cercando di diventare cittadini "italiani".

Ho scelto di frequentare un gruppo di giovani romeni nel pomeriggio della domenica di Pasqua. Li ho accompagnati presso la stazione delle corriere. Lì, li attendevano dei corrieri. Molti corrieri. Autisti, uomini, donne, bambini, anziani, tutti in viaggio verso la Romania. Le targhe e le indicazioni dei Pullman, dei corrieri parlavano chiaro: Galați - Torino - Roma. Una sorta di viaggio della speranza, ove migliaia di persone ripongono le loro anime e i loro beni.

Questi giovani stavano spedendo a casa, la domenica pasquale, vestiti, generi di ogni tipo, alle loro famiglie. In Italia, svolgono qualsiasi lavoro pur di mantenere i loro cari in Romania, e garantire loro almeno la sussistenza. Ognuno di loro ha una storia da raccontare, bella o triste. Forse le peggiori, quelle che nessuno vorrebbe mai sentire, sono quelle delle ragazze romene. Nel fiore della loro giovinezza, per esclusione sociale in Italia, o per barriere linguistiche, o per qualunque altro problema legato alla condizione dell'emigrante, esse, sono costrette a vendere il loro corpo. Si registrano in siti di escort o di incontri virtuali, creano identità e nomi falsi, utilizzano numeri di telefono appositamente per i loro "clienti", fottuti italiani o stranieri che pagano per il loro piacere, o semplicemente perché non hanno altra scelta. Agli uomini, non va certo meglio: c'è il rischio di finire a lavorare in nero, a condizioni da schiavo, per aumentare il "fatturato" degli "imprenditori italici", i quali, pur di risparmiare di questi tempi, non si  sa cosa si inventerebbero. Turni massacranti, anche 18 ore di fila pur di compiacere il "capitale" nostrano, che non si è ancora accorto che il problema, non è l'italiano costoso, né lo straniero meno caro, ma è la mente, ad offuscarsi completamente.

Volti rassegnati, storie di vita vissuta tristi e sconvolgenti. Ognuno di loro vorrebbe una vita normale, ma per circostanze infami, non può averla. E non si tratta questo di un ricorso storico, se pensiamo alla nostra emigrazione negli Stati Uniti, in Svizzera, in Germania o in molti altri continenti? Non sono gli stessi volti, le stesse valigie piene di pacchi, le stesse parole incomprensibili alle nostre orecchie? Chiunque abbia letto i libri di Gian Antonio Stella, articolista del Corriere della Sera, sa bene cosa intendo. Chiunque abbiascorso almeno le pagine de L'orda, quando gli albanesi eravamo noi, sa bene, che il romeno che ho visto oggi presso la stazione delle corriere della mia città, è lo stesso italiano al porto di Ellis Island di cent'anni fa.

Non posso che aggiungere un po' di commozione rispetto a questa esperienza, in una domenica pasquale. Non posso che augurarmi che le famiglie d'origine ricevano i loro pacchi, e che un giorno, non lontano, non ne abbiano più bisogno. Non posso non pensare agli autisti della compagnia Coltrans, che percorrono migliaia di chilometri a rischio della loro esistenza, per depositare, raccogliere e spedire la speranza di questa disgraziata emigrazione. Sperando che un giorno, non vi sia più alcuna emigrazione, se non per spontanea volontà, e che l'est e l'ovest d'Europa, così come qualsiasi altro luogo orientale ed occidentale non abbiano più da soffrire, godendo di pari opportunità.

Valentino Quintana per Agenzia Stampa Italia

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