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(ASI) Ha vinto il centrosinistra. Anzi no, il centrodestra. No, ci correggiamo, non ha vinto nessuno, perché il Senato è ingovernabile. Forse una cosa si può dire, un solo dato è certo: Grillo ha sbaragliato il campo e cambiato la asfittica geografia politica italiana. Il plotone dei naif della politica ha arruolato un esercito che è un quarto del corpo elettorale.
Di fronte al nuovo quadro, alle radio e tv esu internet, sfilano esponenti politici frastornati, analisti senza più certezze, sondaggisti spiazzati.  Tutti ondeggianti tra palpabili delusioni e sospiri di sollievo per la mancata disfatta. In fondo, quando si parla di voti, tutto diventa relativo.

Grossa coalizione per fare la riforma elettorale e poi di nuovo al voto? Tecnicismi tatticismi politicismi O solo  minimalismi d circostanza? Come si esce dall’impasse? Tutti affannati a dare spiegazioni e soluzioni arzigogolate come la politica pessima che tutti abbiamo imparato a detestare. Ma è’ possibile alle sette di sera, con in mano proiezioni ormai consolidate,  dare una lettura semplice e non semplicistica? Si, per noi. Il centrosinistra non ha sfondato, è stato ricusato da grosse fette di suoi elettori specie nelle regioni in cui governa. La leadership Bersani trema, qualcuno rispolvera l’argomento che con Renzi il Pd avrebbe vinto chiaro e largo: nel partito i regolamenti di conti non si sono chiusi con le primarie di dicembre. Il centrodestra esulta per non aver registrato una débacle annunciata ed esalta la “rimonta”. Il partito che ha governato negli ultimi cinque anni si accontenta di non essere sparito dalla circolazione e poco importa (loro) che questo non dia proprio l’impressione di una visione di largo respiro. Senza gli show elettorali di Berlusconi probabilmente  non avrebbe potuto  fregiarsi neppure di questa consolazione. Ma sempre e solo consolazione rimane.

Il dato elettorale dice, in realtà, che il centrosinistra non ha preso quel che sperava e serviva per governare da solo e per avere dimensioni consolidate di forza di governo: perciò ha perso elettoralmente. Che il centrodestra ha si ripreso qualcosa rispetto al disastro preventivato, ma ha perso 17 punti percentuali (da 48 a 31 circa) rispetto al 2008 e chiamarla vittoria non si può davvero. Politicamente hanno perso sia la coalizione guidata da Bersani che quella da Berlusconi. E di brutto.

Il rigetto nei loro confronti lo certificano essenzialmente i risultati del Movimento 5 Stelle, che in Sicilia e nelle Marche e forse in qualche altra regione è il primo partito. In altre,  il secondo o il terzo, e molto vicino al Pd e al Pdl.  Insomma, un terzo polo che rifiuta la catalogazione a destra come a sinistra, che ha tradotto in voti il sentimento nauseabondo verso la politica-politicante di destra e di sinistra, mestatrice, occupatrice di spazi, sequestratrice di risorse, spudoratamente priva di onestà intellettuale e di visioni strategiche all’altezza della situazione e dei tempi. Dicono gli avversari che i grillini non sono una classe dirigente e, alla distanza,  non reggeranno la prova dell’impegno istituzionale. Può darsi, ma intanto con loro si dovranno fare i conti.

Un dato chiarissimo in un panorama da oggi ingessato dai numeri del Senato. I dati elettorali ridimensionano le coalizioni tradizionali, il dato politico le condanna sonoramente. Perché si ha u bel dire che “abbiamo vinto perché non abbiamo perso” o “abbiamo vinto perché siamo arrivati primi”, se il risultato del primo è il trenta per cento o meno. Il messaggio inviato ai partiti da quote consistenti di elettori di destra e (in misura maggiore) di sinistra, è che la politica non può continuare a vivere nel suo mondo chiuso, specchiarsi nelle sue logiche autoreferenziali e pensare di mantenere indisturbata il pallino senza dover rendere conto della mediocrità del suo essere e agire, magari grazie alla compiacenza di un  sistema mediatico in cui non  è un dato strutturale e tipico lo spirito critico tipico del giornalismo d’opinione e di inchiesta.

Quale sarà lo sbocco della storia non si può ad ora sapere e capire. Ma ogni commento trionfalistico da tifoseria curvaiola sarebbe (è: purtroppo ne abbiamo già sentiti in queste poche ore dalla chiusura dei seggi) del tutto fuori luogo e sommamente irresponsabile di fronte ai danni che la classe dirigente nel suo complesso (politica anzitutto, ma non solo) ha provocato nel nostro Paese. Un Paese portato sull’orlo della bancarotta a dispetto delle sue inestimabili risorse umane, professionali, di ingegno, culturali e, quindi, economiche. Un Paese fuorilegge in molti aspetti dell’apparato e della sua organizzazione politica, amministrativa, a dispetto (o forse anche per effetto) della iperproduzione normativa che lo contraddistingue.

Un Paese in cui far valere i diritti in molti casi non è possibile a tutti allo steso modo perché, più delle regole, valgono le colleganze, le referenze, le vicinanze a questo o quel potere (formalmente costituito o esistente di fatto). E, molto più della tutela delle pari condizioni e opportunità, valgono le appartenenze alle tante corporazioni e caste che occupano i poteri a tutti i livelli. E ciò, ovviamente, a dispetto dei più deboli e indifesi, per i quali la legge è sempre meno egual che per gli altri.

Servirà alla politica l’esito del voto per cambiare registro davvero e in profondità? Nelle sfilate mediatiche dei politici, più che le solite schermaglie che gli elettori hanno dimostrato pesantemente di non gradire, vorremmo la risposta a questa semplice domanda. L’unica seria, ineludibile e irrinunciabile se si vuol provare a fare un passo deciso lontano dal baratro.

Daniele Orlandi – Agenzia Stampa Italia

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