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(ASI) Sicilia - Giacomo Cacciatore: "Palermo si è omologata allo spirito nazionale, è più sfacciata e aggressiva". L'intervista sulla raccolta "La città incredibile" Giacomo Cacciatore con la sua raccolta di diciassette racconti brevi "La città incredibile" (Novantacento editore, 112 pagine, 9,90 €)), fa conoscere ai lettori una Palermo diversa e dalle tante sfaccettature, umana, ironica, triste offrendo la sua visione del microcosmo che la popola e raffigurandola come specchio di tanti altri luoghi pur rimanendo unica e originale.

 Il volume partecipa al III Premio Letterario "Torre dell'Orologio" di Siculiana cui lo stesso autore aveva preso parte con il romanzo "Salina. La sabbia che resta" scritto con Raffaella Catalano e Gery Palazzotto arrivando in finale. L'intervista. L'aggettivo "incredibile" del titolo sembra avere una duplice valenza, negativa e positiva: è l'effetto che volevi suggerire? In realtà il titolo nasce da una citazione de "Le città invisibili" di Italo Calvino. Non essendo però Palermo "invisibile" nel senso "leggero", surreale (e inquietante) voluto dalla topografia calviniana, quanto incredibile nel senso del "non ci si crede"... mi è sembrato il titolo ideale per la raccolta. L'incredibile è riferito in negativo alla situazione in cui versava e continua a versare la città. Nell'accezione positiva, è una dichiarazione d'intenti: Palermo, nonostante la sua concretezza brutale, riserva qualche sorpresa. Si verificano o si possono immaginare situazioni paradossali, ai limiti del fantastico. In quali aspetti più evidenti e altri meno evidenti Palermo è cambiata negli anni in cui hai composto i diversi racconti? In generale non è cambiata tantissimo. Credo però che abbia perso di indecifrabilità.

Non che sia un fatto positivo in assoluto. Non è diventata più limpida; soltanto più sfacciata e aggressiva. Ciò che fino a qualche tempo rendeva questa città spiazzante ha perso una buona dose di mistero. Il disagio (e il malcostume sociale e politico dai quali esso deriva) non è più tanto sussurrato, né impone una "decrittazione" del linguaggio a suo modo affascinante. È tutto più urlato e banalizzato, orientato verso "il basso", in linea con le attuali modalità di espressione dei media, di una malintesa "modernità". Basta guardare i manifesti elettorali che in questo periodo affollano i muri pubblici. E le facce degli scioperanti che affollano le strade. È una città che sta sprofondando in una crisi tangibile. Non solo economica, ma anche "sentimentale". Ci siamo omologati allo spirito nazionale, che non è dei migliori. Dei primi che hai scritto che cosa resta fortemente attuale? La mafia intrecciata alla politica, la politica che si abbevera al disagio diffuso.

E il senso di incompiutezza, di attesa vana, che assilla i personaggi. Quando i palermitani risultano essere più "italiani" che siciliani e viceversa? Sono italiani quando cercano di protestare. Sono siciliani quando la loro protesta si vanifica nel solito meccanismo: inconcludenza e asservimento al potere, laddove esso garantisca un vantaggio per il singolo, per quell'isola nell'isola che è "'a famigghia", la famiglia. La propria. Alibi strappalacrime, inesauribile, per ogni stortura, per il disinteresse dell'individuo nei confronti dei grandi ideali, del senso di collettività. Il palermitano sembra esserne ossessionato.

E in nome della famiglia si autoassolve. Sempre. Stile e tono della raccolta sono variegati: una varietà simile nasce più dalla propria persona o dall'argomento e personaggi che si vanno a raccontare? Da entrambe le cose. Alcune storie sono nate da uno stato d'animo personale, dall'urgenza di esprimere un sentimento, dare sostanza a un ricordo antico. Altre da un incontro casuale, da qualcosa o qualcuno che erano talmente "forti" o "incredibili" da rimanere impigliati nella mente: in attesa di agire, di essere messi "in situazione". Lo stile poi si adegua alla natura del personaggio. E, qualche volta, viceversa.


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