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(ASI) Il 20 e 21 maggio scorsi si è tenuto a Chicago il vertice della NATO. Erano presenti tutti i rappresentanti dei Paesi alleati, alcuni associati tradizionali (Corea del Sud, Giappone, Australia e Nuova Zelanda) e alcuni associati recenti (Georgia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Macedonia). A tal proposito Hilary Clinton si è detta desiderosa del fatto che questo possa essere ricordato come l’ultimo vertice dell’Alleanza Atlantica privo di nuovi ingressi tra i Paesi che dispongono dello status di partner(1).

Mentre l’Unione Europea soffre una crisi economica molto forte e difficilmente rimediabile, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Italia, Portogallo, Grecia, Spagna e i tanti altri membri storici dell’Alleanza, vengono così messi di fronte al nuovo coniglio estratto dal cappello magico del Pentagono. La Smart Defense, difatti, costituisce in tal senso l’ultimo ritrovato geostrategico per cercare di giustificare le prossime spese militari attraverso l’ufficializzazione di un piano di razionalizzazione e armonizzazione, in base al motto “fare di più con meno soldi”(2). Questo, come già anticipato dall’ex segretario alla Difesa del governo statunitense Robert Gates poco più di un anno fa, significa che le spese militari nord-atlantiche dovranno essere globalmente ripensate attraverso una maggiore assunzione di “responsabilità” da parte dell’Europa. Così, mentre Obama viene ancora elogiato da diversi settori “demo-progressisti” della nostra società civile europea per il parziale taglio delle spese destinate al fondo difensivo nazionale del suo Paese, proprio questa decisione da parte di Washington produrrà un rilevante aumento della “quota di partecipazione” detenuta nel quadro della NATO dagli alleati storicamente più subalterni, come ad esempio l’Italia o la Spagna.

Ecco spiegati l’insistenza con cui il nostro ministro della Difesa, l’ammiraglio Giampaolo di Paola, spinge per la conclusione degli accordi relativi all’acquisto dei mezzi aerei F-35(3) e il piano di riconversione AGS presso la base NATO di Sigonella, che ospiterà 600 uomini in più e cinque nuovi mezzi drone a partire dal 2015 (4).

Il vertice di Chicago ha assunto una particolare importanza anche a livello mediatico, dal momento che s’è trattato del primo incontro generale ufficiale dopo la conclusione dell’intervento in Libia e proprio mentre in Siria sta proseguendo una crisi che sembra risolversi proprio in questi giorni con la definitiva battaglia di Aleppo. La probabile affermazione delle truppe dell’Esercito regolare rappresenterà senz’altro un duro colpo per i principali partner atlantici che – inclusa l‘Italia per voce del ministro degli Esteri Terzi di Sant’Agata – per ben quattro volte consecutive avevano chiesto a gran voce una ratifica comune della risoluzione contro la presidenza Assad, in sede ONU. In tutte le occasioni, il veto congiunto posto dalla Russia e dalla Cina ha impedito l’approvazione del documento.

È inutile dire che il principale timore di Mosca e Pechino è essenzialmente legato al recente ricordo dell’iter evolutivo evidenziato dalla risoluzione n. 1973, approvata dalle Nazioni Unite il 17 marzo 2011. All’epoca, l’astensione delle due potenze orientali poté forse essere interpretata come un tacito assenso (seppure con diverse riserve) ad un documento che, stando alla carta, stabiliva l’istituzione immediata di una zona di non sorvolo sui cieli libici e l’avvio in tempi brevi di interventi che impedissero lo spostamento di truppe o il reclutamento di mercenari da parte dell’Esercito di Gheddafi, escludendo tuttavia “qualsiasi azione” che prevedesse “la presenza di una forza occupante”(5). In realtà, questo ultimo dettato fu aggirato con una strana interpretazione del documento. Riunitisi a Parigi in un Consiglio di Guerra d’emergenza, i rappresentanti di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia colsero immediatamente l’occasione costituita dall’avallo fornito dal Consiglio di Sicurezza per consegnare (cioè per consegnarsi) nelle mani della Nato un mandato di guerra che stabilì ingenti interventi militari di tipo aereo e navale. Effettivamente sul fronte terrestre non vi fu occupazione, ma droni, cacciabombardieri e mezzi navali dell’Alleanza Atlantica di fatto invasero gli spazi aereo e marittimo della Jamāhīriyya Libica, intervenendo a ripetizione su numerose città del Paese. Sebbene nessuna truppa straniera regolare scese mai sul suolo libico, la risoluzione 1973 poteva comunque dirsi sorpassata e violata dai Paesi della NATO.

Con il delinearsi della situazione, dunque, non mancarono pesanti critiche da parte del Cremlino e del governo di Pechino dinnanzi ad una gestione della crisi che ormai si configurava a tutti gli effetti come una guerra di aggressione ai danni della Libia, finalizzata a sostenere gruppi di mercenari e di fondamentalisti, distintisi per l’efferatezza dei loro crimini e per il caos intertribale che hanno generato all’interno del Paese(6). Dal momento che sul piano politico, la crisi siriana sembrava col tempo poter assumere tutte le caratteristiche che avevano contraddistinto la guerra civile in Libia, appare evidente che al fine di evitare che si ripetesse un simile scenario, Russia e Cina stavolta hanno utilizzato tutti i mezzi a propria disposizione per salvaguardare la legalità e la stabilità e per sostenere un governo regolare impegnato nella neutralizzazione di una guerriglia ad alta intensità dichiarata dal terrorismo salafita e wahabita contro lo Stato siriano.

Le ultime evoluzioni stanno mettendo in crisi e in forte imbarazzo i Paesi della Nato, e il velo di Maya sulla pesante distorsione operata da Al Jazeera e da molte fonti occidentali sulla realtà siriana sta per essere strappato via grazie alla sostanziale tenuta interna delle strutture dello Stato guidato dal presidente Assad. La testimonianza dei due tecnici di Ansaldo (gruppo Finmeccanica), rapiti dai ribelli e liberati dall’Esercito Nazionale Siriano, si aggiunge alle numerose altre evidenze quali, fra tutti, l’alta presenza tra le truppe rivoltose di mercenari provenienti dall’Arabia Saudita, dal Qatar, dall’Iraq, dall’Egitto, dalla stessa “neo”-Libia, dal Mali e dalla Somalia ma anche dalla Cecenia, dall’Ucraina e dal Dagestan(7).

Tuttavia, nessuno durante la due giorni del vertice Nato tenutosi a Chicago ha avuto l’accortezza di far notare che la cattura e l’uccisione (per altro mai trasmesse in onda dal governo degli Stati Uniti) di Osama Bin Laden nel suo presunto covo di Abbotabad da parte dell’esercito statunitense, avvenute nel maggio dell’anno scorso, non possono certo considerarsi una ragione sufficiente (e ancor meno necessaria) per un improvviso abbassamento della guardia nella lotta contro quello stesso terrorismo transnazionale che gli Stati Uniti e i propri alleati affermano da almeno undici anni di voler contrastare. I tentativi di inserimento dei gruppi radicali wahabiti nella massa eurasiatica e in Africa si sono al contrario letteralmente moltiplicati durante gli ultimi diciotto mesi: ne sono degli esempi l’attentato ordito dall’East Turkestan Islamic Movement nello Xinjiang cinese il 31 luglio del 2011 (8) o, più di recente, l’attacco di alcuni elementi settari contro l’antichissima Moschea di Timbuctu nel Mali(9), l’attentato a Kazan, nel Tatarstan russo, contro il Muftì Ildus Faizov, nel quale è rimasto ucciso il suo vicario Valjullah Jakupov, da sempre impegnato nella lotta contro la diffusione del wahabismo nel territorio russo(10), e lo scontro a fuoco tra la polizia russa e alcuni militanti integralisti nel Dagestan(11).

Per queste vittime, come spesso avviene, nessuno in Occidente ha mostrato alcun cordoglio né la benché minima preoccupazione, riproponendo la classica “doppia morale” dinnanzi al terrorismo, in base alla quale quando ad essere colpiti sono i Paesi della NATO il crimine viene condannato all’unanimità, mentre quando la stessa sorte tocca nazioni non occidentali si tende ad ignorarne la crescente minaccia quando non a giustificarlo.

Le prossime elezioni presidenziali americane sapranno dirci senz’altro di più ed è prevedibile che il candidato repubblicano alla Casa Bianca, Mitt Romney, si appresti a vincere puntando proprio sul fallimento siriano e sulle pericolose connivenze che negli ultimi due anni Washington ha intrattenuto rispetto all’integralismo settario islamico. Se dovessero tornare al potere i repubblicani, dopo quattro anni di gestione Obama-Clinton, gli Stati Uniti rivedranno i loro rapporti con il movimento della Fratellanza Musulmana? Cambieranno in questo senso le relazioni appena instaurate con l’Egitto del presidente Mohamed Morsi? Preferirà Washington continuare a concentrarsi sulla fallimentare strategia che ha preteso di costruire un Grande Medio Oriente sul modello turco con l’ausilio politico e militare di monarchie retrograde e compromesse col radicalismo wahabita, come quelle dell’Arabia Saudita e del Qatar? O piuttosto tornerà a sviluppare la sua strategia nella regione Asia-Pacifico per potenziare le politiche di contenimento della Repubblica Popolare Cinese? E, soprattutto, basteranno tali politiche a fermare una nazione sempre più forte sul piano economico e militare, e sempre più consapevole dei propri mezzi?

Noi crediamo di no, e in questo senso la NATO farebbe bene a domandarsi se la Smart Defense non sia soltanto l’ultimo presuntuoso atto di un’egemonia unipolare in rapido declino.


fonte: http://www.eurasia-rivista.org/la-nato-cade-nelle-sue-contraddizioni/16565/
 

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