Il chavismo è malato ma non morto
(ASI) Il sacrificio della patria è consumato. Questo è il celebre incipit del romanzo di Ugo Foscolo “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”, riferito al trattato di Campoformio con cui Napoleone cedette Venezia all’Austria, tradendo i desiderata di molti italiani.
Era il 1797. Più di due secoli dopo e a migliaia di chilometri di distanza, un nuovo sacrifico si sta compiendo ai danni di una nazione (il Venezuela), un popolo (quello venezuelano) ed un sogno rivoluzionario (quello chavista).
Quando lo scorso 3 gennaio l'amministrazione statunitense, con un’operazione fuori dal diritto internazionale, ha rapito e imprigionato il presidente Nicolas Maduro, presumibilmente grazie anche alla complicità di apparati del governo di Caracas, subito è apparso chiaro che il sogno chavista, sopravvissuto per oltre dieci anni alla morte di Hugo Chavez, fosse in pericolo. Dopo gli ultimi avvenimenti, il neo-liberalismo atlantico dimostra ancora una volta di più come la fame di petrolio e denaro di Washington non si fermi davanti a nulla.
È infatti di questi giorni la notizia che il governo nordamericano sarà investitore, tramite il Pentagono, nella nuova grande joint-venture petrolifera col Venezuela annunciata da Donald Trump. Si tratterebbe di una società che sarebbe guidata dal controverso imprenditore venezuelano Alejandro Betancourt. Una notizia che giunge dopo che per mesi l’inquilino della Casa Bianca aveva rivendicato con orgoglio l’arresto di un capo di Stato con l’accusa, ancora tutta da verificare e dimostrare, di essere a capo di un gruppo di narcotrafficanti, sottolineando come la destituzione del leader venezuelano avrebbe garantito agli Stati Uniti il controllo del petrolio del Paese.
Nello specifico ora Washington non farà più da intermediario per gli investimenti petroliferi statunitensi in Venezuela ma si trasformerà in investitore diretto. Un accordo che il presidente ad interim, Delcy Rodriguez, ha accettato senza colpo ferire e senza preoccuparsi delle conseguenze per il popolo che è chiamata a difendere e rappresentare.
Non a caso l’attuale capo di Stato, che appare molto lontana dai suoi predecessori, nonostante abbia concesso al principale nemico di Caracas, lo stesso che per anni ha affamato il Venezuela, la possibilità di operare su riserve potenziali di 65 miliardi di barili ha parlato di “accordo storico” che “avrà un impatto significativo sul rinascimento della nostra nazione”.
Nei giorni scorsi i media italiani hanno intervistato diversi cittadini venezuelani che, evidentemente schierati con le opposizioni, plaudevano all’accordo. Tuttavia alcune persone hanno anche espresso perplessità. In particolare, una donna di una certa età, chiosava: “Basta che gli utili servano alla popolazione”. Che, in pratica, è ciò che il chavismo ha fatto in questi venticinque anni ma che il capitalismo non farà mai, perché legato esclusivamente a logiche di profitto ed interesse.
A questo punto forse è doveroso ricordare cosa è stato il chavismo e perché fa tanta paura a Washington. Nel febbraio 1999, le presidenziali in Venezuela furono vinte, contro ogni pronostico, dal parà socialista Hugo Chávez. Fin dai primi mesi del suo governo si capì che il vento stava cambiando, tanto che nel 2002 gli Stati Uniti organizzarono un colpo di Stato nel paese e lo imprigionarono, ma dopo poche ore la sollevazione popolare obbligò i golpisti a ritirarsi e il legittimo presidente tornò trionfante a Palazzo Miraflores.
L’epopea politica di Chávez si è chiusa il 5 marzo 2013, con la sua morte ed il conseguente passaggio di consegne a Nicolás Maduro. In meno di quindici anni di governo, il Venezuela era riuscito a diventare punto di riferimento a livello internazionale, offrendo un’alternativa al neoliberalismo occidentale, migliorando tutti gli indicatori economici, anche se la crisi globale del 2009 e il successivo “crollo” del prezzo del petrolio frenarono parzialmente quei risultati, mostrando una forte attenzione per le classi meno abbienti della popolazione grazie a politiche redistributive: ai milioni di poveri del Venezuela sono state garantite gratuitamente (o quasi) una casa, un’istruzione e un’assistenza sanitaria di buon livello, fornita da medici e insegnanti inviati da Cuba. Lo Stato ha pagato la crescente spesa sociale con i proventi del petrolio, di cui il Paese latino-americano è tra i più ricchi al mondo. I risultati sono arrivati: riduzione della povertà, della disoccupazione, della mortalità infantile; aumento del reddito pro-capite e dell’alfabetizzazione.
Chávez ha spostato in avanti i confini dell’intervento statale in economia, facendo più volte ricorso a nazionalizzazioni ed espropri – soprattutto nel settore dell’energia e delle materie prime – alla calmierizzazione dei prezzi e a controlli sul tasso di cambio.
Con la sua morte, però, il sogno venezuelano ha subito una brusca frenata. L’unico errore del politico bolivariano è stato quello di non aver saputo, o aver potuto, forgiare una classe politica in grado di raccogliere la sua eredità. Il suo successore, nonché suo delfino, Maduro non è riuscito a tenere testa alla grande finanza internazionale e, complice la crisi internazionale, il calo del prezzo del petrolio – su cui si basa tutta l’economia venezuelana – ha visto il Paese avviarsi verso una pericolosa regressione, cui va aggiunto anche il cappio al collo delle sanzioni statunitensi.
Lo Stato, pur tra mille difficoltà, ha continuato a garantire un forte sistema di protezione sociale ai cittadini. Nel 2019, infatti, il golpe tentato da Juan Guaidò, sostenuto da Washington e da alcuni governi europei, è fallito per il mancato sostegno della popolazione. Tuttavia, le casse statali hanno retto a fatica e il governo è stato costretto a continue svalutazioni monetarie.
Alla fine, paradossalmente ma non troppo, la Casa Bianca ha trovato nella Rodriguez il perfetto esecutore dell’assassinio del chavismo ed è tornata a mettere le proprie grinfie sull’oro nero venezuelano. Siamo certi, però, che i cittadini, dopo aver visto cosa significa reinvestire gli utili per lo Stato sociale e vederselo ora portare via, torneranno alle origini e faranno ripartire il chavismo e con esso il sogno di un mondo migliore per tutti. A misura di cittadino.
Fabrizio Di Ernesto - Agenzia Stampa Italia
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