(ASI) Il vertice annuale del Forum Economico Mondiale è arrivato in un momento di grandi tensioni a livello internazionale. Il ciclone Donald Trump non ha corretto il tiro nemmeno dal palco di Davos.
Da parte loro, gli interventi del primo ministro canadese Mark Carney e del vice primo ministro cinese He Lifeng, improntati al pragmatismo, hanno destato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale con una buona dose di realismo, a fronte di un ordine globale che sta cambiando molto velocemente. A questo proposito, il collaboratore di ASI Andrea Fais è intervenuto sulle "colonne" di Radio Cina Internazionale per la rubrica "In altre parole". Proponiamo qui di seguito la versione integrale dell'articolo.
Il tradizionale appuntamento con il vertice annuale del Forum Economico Mondiale (WEF) è giunto in una fase particolarmente tesa e complessa nelle relazioni internazionali. Dopo l’intervento militare in Venezuela e la cattura di Nicolás Maduro, a meno di una settimana dalle minacce all’Iran e nel mezzo di uno scontro diplomatico con la Danimarca e il resto dell’Europa sulla Groenlandia, la postura di Donald Trump non accenna a placarsi.
Incastonata tra le Alpi svizzere, la celebre meta sciistica appare in questi giorni come un’oasi di dialogo nel deserto di un crescente unilateralismo e di un aggressivo protezionismo, che pongono l’umanità di fronte a un bivio: da un lato, il definitivo sconvolgimento del diritto internazionale e del sistema multilaterale del commercio, anticamera di scenari di conflitto tra potenze dalle conseguenze potenzialmente disastrose per le economie in via sviluppo; dall’altro lato, il superamento dell’ormai logoro egemonismo statunitense e la costruzione di un nuovo ordine multipolare, armonico e normato da regole condivise.
Va proprio in quest’ultima direzione il discorso del vice primo ministro cinese He Lifeng, salito martedì mattina sul palco principale del WEF, da cui ha ribadito la necessità che il mondo resti ancorato alla cooperazione e al libero scambio. Citando un celebre concetto introdotto dal presidente Xi Jinping nel 2017, He ha ricordato l’impegno della Cina nella realizzazione di una “comunità umana dal futuro condiviso”, presupposto necessario per raggiungere l’obiettivo della “coesistenza pacifica”. Lasciare che “la torcia del multilateralismo illumini il sentiero da seguire” è la soluzione che Pechino continua a proporre, descrivendo le nazioni del pianeta non come tante “piccole imbarcazioni separate” nelle acque agitate della crisi globale, bensì quali passeggeri di “un’unica immensa nave da cui dipende il destino di tutti”.
Il monito, sebbene particolarmente sentito, non arriva dal rappresentante di un Paese messo in crisi dai dazi e dalle altre misure restrittive adottate da Washington: i numeri del commercio estero riferiti allo scorso anno mostrano un volume di interscambio col resto del mondo pari a 45.470 miliardi di yuan, in crescita del 3,8% rispetto al 2024, con un export aumentato del 6,1% su base annua ma con cifre significative anche sul versante dell’import, dov’è stato raggiunto un totale record di 18.480 miliardi di yuan, confermando il gigante asiatico quale secondo maggior mercato di sbocco mondiale per il diciassettesimo anno consecutivo.
Chiudendo positivamente il periodo del 14° Piano Quinquennale, i dati relativi al 2025, pubblicati proprio in questi giorni, mettono inoltre in evidenza un’economia complessivamente in salute: il PIL cinese, che per la prima volta ha superato i 140.000 miliardi di yuan, è salito del 5% su base annua, contribuendo alla crescita mondiale per circa il 30% del totale; il valore aggiunto della produzione è aumentato del 5,9% nel settore industriale e del 5,4% in quello dei servizi; le vendite al dettaglio dei beni di consumo hanno registrato un incremento del 3,7%, superando quota 50.000 miliardi di yuan; il reddito disponibile pro-capite è infine cresciuto del 5% in termini nominali.
Anche in virtù di questi fondamentali, dopo l’annuncio dei ‘super dazi’ contro Pechino e le reiterate minacce della prima parte dell’anno scorso, gli Stati Uniti non hanno potuto far altro che tornare sui propri passi e accettare di partecipare a cinque round negoziali (Ginevra, Londra, Stoccolma, Madrid e Kuala Lumpur), preludio al vertice bilaterale di fine ottobre in Corea del Sud, dove le due delegazioni, capeggiate direttamente dai rispettivi presidenti, hanno concordato un anno di tregua per scrivere un nuovo accordo commerciale su basi paritarie, annullando tutti i dazi aggiuntivi, le restrizioni e le rispettive contromisure introdotte in precedenza.
“Le guerre tariffarie e commerciali non hanno vincitori”, ha precisato a Davos lo stesso He Lifeng, che ha aggiunto: “Oltre ad aumentare i costi della produzione e della vendita, esse frammentano l’economia mondiale e interrompono la distribuzione globale delle risorse“. Se la globalizzazione non è certo esente da problemi e difetti, la Cina respinge l’idea di “rifiutarla completamente e ritirarsi in una condizione di isolamento autoimposto”. L’approccio corretto, secondo il vice primo ministro del colosso asiatico, “dovrebbe e può soltanto essere quello finalizzato ad individuare soluzioni condivise attraverso il dialogo, guidando la globalizzazione economica nella giusta direzione”.
Malgrado i cambiamenti e gli sconvolgimenti dell’ambiente esterno, l’idea di fondo della leadership cinese è rimasta immutata: rimodulare le dinamiche economiche mondiali affinché producano benefici universali, senza lasciare nessuno indietro. “Siamo impegnati a costruire ponti, non muri”, ha spiegato He, che ha proseguito: “Sosteniamo con fermezza il commercio e gli investimenti, la liberalizzazione e la facilitazione, e continuiamo a condividere le opportunità di sviluppo con il mondo. Lavoreremo con tutte le parti per creare un futuro luminoso di prosperità e crescita, in cui ciascun Paese e ciascuna comunità possano avvantaggiarsi dei dividendi dello sviluppo”.
Citando esplicitamente l’esigenza di incrementare la rappresentatività del Sud Globale, di cui la Cina e gli altri Paesi BRICS+ sono ormai di fatto alfieri e portavoce, Pechino mantiene inalterato il suo sostegno al sistema multilaterale del commercio basato sulle regole e centrato sull’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), e promuove la riforma delle istituzioni multilaterali, compresi il Fondo Monetario Internazionale e la stessa WTO. In questo senso, stando a quanto asserito dal vice primo ministro, “gli accordi commerciali tra nazioni non dovrebbero fuoriuscire dal quadro delle regole internazionali penalizzando gli interessi di terze parti”, come invece avvenuto coi dazi generalizzati introdotti da Washington e i successivi negoziati separati, in palese violazione del principio della ‘nazione più favorita’ (MFN).
Nel suo intervento al WEF del giorno successivo, Donald Trump ha rimarcato le irrazionali pretese di una superpotenza sempre più in crisi di consenso a livello globale e sempre più invisa ad un resto del mondo indicato già in passato quale ‘sfruttatore’ degli Stati Uniti: una raffigurazione farneticante che dipinge le istituzioni internazionali come presunti ‘rapaci’ pronti a nutrirsi della ‘benevolenza nordamericana’ e descrive la presenza militare di Washington all’estero nei termini di un’opera pia. È giunta l’ora che le classi dirigenti del Vecchio Continente prendano coscienza della fine dell’atlantismo e comincino a strutturare un piano di autonomia strategica a tutto tondo, ripristinando un serio e concreto dialogo con le economie emergenti, a partire proprio dalla Cina. Se lo sta facendo il Canada, a maggior ragione può farlo l’UE, a condizione di abbandonare l’infausta linea politica della Commissione in carica e recuperare la lungimiranza dei grandi leader nazionali che ricostruirono l’Europa dopo la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.
Andrea Fais - CRI (CGTN)



