Arabia Saudita e guerra in Sudan: una mediazione complicata ancora senza esiti

(ASI) Dallo scoppio del conflitto tra l’esercito sudanese e le Forze di supporto rapido nell’aprile 2023, il mondo intero segue da vicino la situazione in Sudan. Tuttavia, il ruolo dell’Arabia Saudita rimane uno degli aspetti più controversi. Fin dall’inizio,

Riad si è presentata come un mediatore neutrale impegnato per la pace, ospitando i negoziati di Gedda. Ma sul terreno, i fatti e le esitazioni diplomatiche mostrano che la politica saudita oscilla tra un discorso di mediazione e la ricerca di influenza strategica, economica e geopolitica in Sudan e lungo tutto il litorale del Mar Rosso.

Ufficialmente, l’Arabia Saudita, in coordinamento con gli Stati Uniti, ha avviato nel maggio 2023 un ciclo di colloqui diretti tra le due parti. I media sauditi hanno presentato l’iniziativa come “una svolta storica verso la pace in Sudan”. Eppure, non è stato ottenuto alcun progresso tangibile. L’accordo di cessate il fuoco firmato a Gedda è crollato in pochi giorni e i combattimenti sono ripresi con ancora maggiore intensità. Invece di proporre un meccanismo di monitoraggio o un calendario vincolante, Riad si è limitata a pubblicare comunicati che invitavano alla calma, mentre i canali di finanziamento e di approvvigionamento del campo militare sudanese continuavano a funzionare senza interruzione.

Il paradosso è che l’Arabia Saudita non ha mai sfruttato il suo reale peso per fare pressione sulla parte più potente del conflitto, ossia l’esercito guidato da Abdel Fattah al-Burhan. Eppure dispone di strumenti considerevoli: un’influenza economica significativa, capacità di investimento e importanti flussi umani tra i due paesi. Invece di esercitare una pressione decisiva, ha preferito una “neutralità selettiva” che risparmia i dirigenti militari sudanesi e le evita di assumere una posizione chiara contro la prosecuzione della guerra. Un equilibrio solo apparente, che diversi diplomatici occidentali percepiscono come una strategia opportunista volta principalmente a consolidare l’influenza saudita sul Mar Rosso.

La posta in gioco geopolitica è al centro di questa posizione. Per Riad, il Mar Rosso rappresenta un naturale prolungamento della propria sicurezza e un corridoio vitale per il commercio, attraverso il quale transitano i carichi di petrolio verso Suez e l’Europa.

Di fronte alla crescente influenza di attori come Turchia, Qatar o Iran, l’Arabia Saudita ha scelto di rafforzare le proprie posizioni appoggiandosi all’esercito sudanese e alle reti islamiste a esso storicamente vicine. Questa strategia si allinea con la volontà di alcune fazioni militari sudanesi, ossessionate dal potere, di prolungare la guerra a tutti i costi — una guerra che ha spinto più della metà dei sudanesi verso una carestia imminente.

Così, Riad ha optato per una politica di “gestione della crisi piuttosto che risoluzione”, mantenendo il conflitto sotto un controllo parziale senza puntare mai alla sua definitiva conclusione. Un approccio che ricorda il modo in cui gestisce il dossier yemenita, privilegiando il controllo del territorio rispetto a un pacificamento duraturo.

In questo contesto, i negoziati di Gedda sono serviti soprattutto a mantenere la questione sudanese sotto l’ombrello diplomatico saudita. Riad cerca di rimanere la capitale imprescindibile per qualsiasi iniziativa di pace, anche quando tali iniziative si rivelano sostanzialmente simboliche.

Questo le permette di preservare la sua immagine internazionale di “mediatore affidabile”, continuando al contempo a perseguire discretamente i propri interessi economici e marittimi.

Dietro questo ruolo pubblico, emergono altre dinamiche più discrete. Figure influenti all’interno dell’esercito sudanese sono legate a reti economiche e religiose con connessioni in Arabia Saudita. Alcuni responsabili militari possiedono addirittura partenariati commerciali con uomini d’affari sauditi nei settori dell’agricoltura, dell’import-export e delle attività minerarie. Questi legami avvicinano Riad più a uno dei campi in conflitto che a un arbitro imparziale.

Analisi occidentali sottolineano persino che il sostegno indiretto dell’Arabia Saudita all’esercito ha contribuito a preservare la sua presenza strategica nell’est del paese, in particolare nel porto di Port Sudan e lungo le rotte commerciali.

Ancora più preoccupante è l’assenza di fermezza saudita di fronte alle violazioni commesse sul campo. Mentre l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a diversi responsabili militari, Riad si limita a inviti al dialogo senza mai condannare esplicitamente un attore in particolare. Questa posizione indebolisce gli sforzi internazionali e offre di fatto una copertura politica alla prosecuzione delle ostilità.

I militari sudanesi sanno perfettamente che, finché non intaccheranno gli interessi sauditi nel Mar Rosso, non subiranno alcuna pressione reale.

Ciò che rende la situazione ancora più allarmante è l’esempio inviato al resto della regione: si può fingere di essere mediatori pur sostenendo uno dei belligeranti; si può difendere la pace pur traendo vantaggio da una guerra prolungata.

Se questa logica dovesse consolidarsi, infliggerebbe un colpo fatale a qualsiasi forma credibile di mediazione araba. Come sperare in un accordo di pace quando chi ospita i negoziati continua indirettamente ad alimentare la logica di guerra?

Dal punto di vista europeo, la prosecuzione di questa strategia saudita ha un impatto diretto sulla sicurezza del Mar Rosso e del Mediterraneo. Ogni giorno supplementare di combattimenti perturba le rotte marittime, accresce i rischi di attacchi e fa aumentare i costi assicurativi per le merci provenienti dall’Asia e dal Golfo.

La minima destabilizzazione delle coste sudanesi o nella zona di Bab el-Mandeb si ripercuote immediatamente sui prezzi dell’energia in Europa e sulle catene di approvvigionamento che collegano Suez ai porti italiani, greci e spagnoli. Il futuro del Sudan è dunque, più che mai, una questione mediterranea.

Per numerosi osservatori, Riad ha perso un’occasione storica per porre fine alla guerra in Sudan. Avrebbe potuto imporre un vero processo di pace sfruttando il suo statuto religioso e il suo peso economico. Ha preferito preservare i propri interessi e mantenere uno status quo controllato. Oggi, dopo più di due anni di guerra, la mediazione saudita ha perso ogni credibilità, e a pagarne il prezzo è il popolo sudanese, mentre il Mar Rosso sprofonda nell’instabilità.

Se l’Arabia Saudita non rivedrà la sua strategia nei prossimi mesi, il suo ruolo in Sudan sarà associato non alla pacificazione, ma al prolungamento del conflitto. Riad sarà stata il mediatore che non impone, il partner che non si impegna e l’attore che raccoglie i benefici mentre lo Stato sudanese si disgrega.

E in un mondo in cui la geografia determina in larga parte la sicurezza economica, ignorare questa contraddizione non potrà durare a lungo: i porti sudanesi in fiamme potrebbero annunciare turbolenze più ampie, dal litorale del Mar Rosso fino alle coste del Mediterraneo.

 

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