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Politica Estera

Modi e Wang Yi: India e Cina tornano a parlarsi, con prudenza ma con ambizione

(ASI) Ci sono incontri che non risolvono le crisi, ma segnano la fine del loro silenzio. La visita a Nuova Delhi del ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il suo incontro con il primo ministro Narendra Modi, il 19 agosto 2025, appartengono a questa categoria: non un’alleanza, ma un ritorno al dialogo tra due potenze asiatiche che, dopo anni di gelo, hanno deciso di tornare a parlarsi da partner e non da rivali.

Di Tommaso Maiorca 22 Agosto 2025 – 14:31 3 min di lettura

Dopo la lunga stagione delle tensioni esplose nel 2020 con gli scontri nella valle di Galwan, quando morirono venti soldati indiani e quattro cinesi, i due Paesi avevano interrotto quasi ogni forma di cooperazione politica. Ma ora, a cinque anni di distanza, il linguaggio è cambiato. Modi ha definito l’attuale fase “una nuova traiettoria di sviluppo stabile”, mentre Wang Yi ha parlato apertamente di una “relazione da ricostruire, basata sulla fiducia e sulla cooperazione”.

Il vertice è servito a preparare la prossima visita del leader indiano in Cina per il Vertice della Shanghai Cooperation Organization (SCO) a Tianjin, alla fine di agosto — la prima visita ufficiale di Modi in sette anni, e la seconda occasione d’incontro con Xi Jinping dopo il faccia a faccia dello scorso ottobre a Kazan.

Un simbolo non secondario, se si considera che nel 2020 le due capitali si scambiavano accuse pubbliche e schieravano decine di migliaia di soldati lungo la linea di controllo himalayana.

Durante i colloqui con il consigliere per la sicurezza nazionale Ajit Doval e con il ministro degli Esteri Subrahmanyam Jaishankar, Wang Yi ha affrontato anche i dossier più delicati: la gestione del confine, la ripresa dei meccanismi di consultazione bilaterale e l’istituzione di nuovi gruppi di lavoro congiunti per il controllo e la delimitazione della frontiera.

Le due parti hanno convenuto di avviare un “processo di gestione normalizzata” delle aree contese e di mantenere “pace e tranquillità” nei territori montani del Ladakh, un passo pragmatico che segna una discontinuità rispetto agli anni di contrapposizione armata.

Ma il vero messaggio politico è più ampio. Nel corso dell’incontro, Modi ha sottolineato che “India e Cina non sono avversarie, ma civiltà sorelle con una responsabilità comune: accelerare lo sviluppo e dimostrare che la cooperazione asiatica è possibile”.

Wang Yi ha risposto con toni simili, ricordando che “le lezioni del passato vanno ricordate, ma il futuro richiede lungimiranza”.

Un linguaggio quasi speculare, che suggerisce un allineamento tattico più che ideologico.

Dietro questa distensione si muovono, però, equilibri geopolitici complessi. La nuova ondata di dazi imposti da Donald Trump all’India, pari al 50% sui prodotti importati e penalità aggiuntive per gli acquisti di petrolio russo, ha spinto Nuova Delhi a riaprire le porte a Pechino come contrappeso strategico. Allo stesso tempo, la Cina, alle prese con un rallentamento interno e l’isolamento crescente dagli Stati Uniti, ha bisogno di riattivare canali economici stabili nella regione.

In questo contesto, la convergenza tra le due potenze appare tanto necessaria quanto fragile.

Il disgelo ha anche risvolti pratici: le parti hanno concordato la ripresa dei voli diretti, la riapertura del commercio transfrontaliero e l’ampliamento dei canali per gli investimenti reciproci. Pechino ha inoltre riammesso i pellegrinaggi religiosi indiani in Tibet, un gesto simbolico che fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile.

Certo, la questione del confine resta un terreno minato. Nessuna delle due potenze intende arretrare, e le differenze di visione persistono. Ma, come ha spiegato un analista del think tank indiano Observer Research Foundation, “la vera soluzione richiede un compromesso politico al massimo livello”. E proprio questo, probabilmente, è ciò che i due leader si preparano a discutere a Tianjin.

Al netto delle formule diplomatiche, il segnale è chiaro: India e Cina vogliono tornare a essere interlocutori, non antagonisti. Lo fanno per convenienza, certo, ma anche per necessità. In un’Asia riscritta da guerre commerciali e nuovi blocchi strategici, nessuna delle due può permettersi un nemico ai propri confini.

Tommaso Maiorca – Agenzia Stampa Italia

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