Perché Luiz Inácio Lula da Silva è “risorto”.

(ASI) Lula è riuscito a superare numerose sfide, dal cancro, alla falsa condanna, passando per il ballottaggio. Uno scontro non solo politico ma soprattutto ideologico contro il rivale Jair Bolsonaro.

Un ritorno al “lulismo” 

La svolta a sinistra del Brasile sono una risposta alle politiche di forte populismo che hanno contraddistinto il governo in carica. Il consenso di Bolsonaro, legato alle sue strette collaborazioni con gli esponenti della finanza e del mondo agrario (i fazendeiros), era cresciuto per la capacità di cambiare agenda politica rispetto all'era del Partito dei Lavoratori e in virtù delle sue prese di posizione contrarie alle numerose regolamentazioni ambientali (prime fra tutte quelle dell’Amazzonia, come l’incendio del 2019). Bolsonaro aveva spinto su tagli alle imposte, privatizzazioni e liberalizzazioni di servizi a controllo statale, mentre sul sociale aveva promosso azioni volte a diminuire i diritti delle persone omosessuali, bisessuali e transessuali, tanto da escluderle dalle linee guida governative per la promozione dei diritti umani. Bolsonaro, legato in questi anni con gli Stati Uniti, si era reso ostile ai regimi politici socialisti latinoamericani, primo fra tutti quello del Venezuela di Nicolas Maduro. Forti sospetti sono sorti anche sul caso di corruzione del suo avversario Lula, con prove in seguito rivelatesi false, fabbricate artificiosamente da giudici e procuratori sostenitori di Bolsonaro.

Non è un caso che il giudice che condannò Lula fu Sergio Moro, poi nominato da Bolsonaro Ministro della Giustizia. 

La sfida elettorale

Dopo una campagna elettorale al vetriolo, con accuse e violenze da entrambi gli schieramenti, Lula ha ottenuto il 50,9% dei voti, mentre Bolsonaro si è fermato al 49,1%. Un risultato sul filo di lana che ha tenuto il Brasile con il fiato sospeso e che conferma la profonda frattura tra due anime del paese, difficilmente destinata a svanire dopo il voto. Per Lula un ritorno alla guida del paese dopo l’odissea giudiziaria (580 giorni in carcere) che lo aveva ritenuto colpevole di aver intascato una tangente in cambio di contratti con la compagnia petrolifera di Stato “Petrobras”. Accuse, come detto, rivelatesi false tanto che le prime parole del suo discorso di vittoria sono state: “Hanno cercato di seppellirmi vivo ed eccomi qui”. Rivolgendosi ai giornalisti a San Paolo, Lula ha promesso di riunificare il paese dopo una campagna elettorale tossica: “Governerò per 215 milioni di brasiliani e non solo per chi ha votato per me. Non ci sono due Brasile. Siamo un paese solo, un popolo solo, una grande nazione” ha detto tra gli applausi. 

Nascita del bolsonarismo

Anche se  a Bolsonaro non resta che ammettere ed accettare la sconfitta ( dovrebbe parlare in serata) vi è la consapevolezza di aver costruito in Brasile un soggetto politico conservatore e liberista in economia, che fino al suo avvento non esisteva. Muore, metaforicamente, il politico Bolsonaro, ma nasce il bolsonarismo, un’ideologia (ideologo Olavo de Carvalho?) fondata sulla retorica di difesa della famiglia, patriottismo, conservatorismo, autoritarismo, anticomunismo e licenza per le  armi a difesa. Una politica forte che ha trovato molti estimatori in molti settori sociali, in particolare modo nelle zone rurali brasiliane e nei latifondisti. Il settore agroindustriale, che vale il 28 per cento del PIL brasiliano è in modo compatto a favore del candidato di destra ( non a caso un convoglio di trattori era presente alla tradizionale sfilata militare di Brasilia per i festeggiamenti dell’anniversario dell’indipendenza del Brasile del 7 settembre). Va poi ammesso che nonostante il Covid e la guerra in Ucraina, il Brasile di Bolsonaro è riuscito a crescere economicamente negli ultimi anni, chiudendo il 2022 con un aumento del 2,7% del Pil. Cosi come la disoccupazione che è scesa all’8,9% rispetto al 13,1% dell’anno precedente. Prima delle elezioni, Bolsonaro ha fatto passare al Congresso un pacchetto di riduzione delle tasse su carburanti, gas, elettricità, telecomunicazioni, trasporto pubblico, che lo hanno chiaramente fatto avvicinare ai ceti poveri. Anche diverse componenti del mondo industriale sono rimaste fedeli a Bolsonaro, avendo sfruttato durante il suo primo mandato le mancate chiusure delle attività durante la pandemia da coronavirus (che ha causato secondo i dati 685.000 morti nel paese), alcuni investimenti pubblici in infrastrutture, sgravi fiscali, l’alleggerimento delle norme e dei controlli ambientali. Da non sottovalutare poi il grande sostegno di Bolsonaro alla polizia e ai reparti paramilitari, nonché alle categorie degli autotrasportatori e dei tassisti, con finanziamenti pubblici, una tantum, a fondo perduto, in risposta all’aumento del prezzo dei carburanti. Last but not least, la mobilitazione delle chiese pentecostali quale elemento fondamentale della rimonta elettorale. Le congregazioni religiose condividono con la destra valori ultra-conservatori, nonché la demonizzazione di Lula e della sinistra, accusati di voler portare il “demonio” in Brasile ( anche per i diritti agli omosessuali). Un bacino di voti ampio insomma,  che di fatto hanno creato una ideologia pronta a contrastare le scelte di Lula.

Quali sfide per Lula

È chiaro che Lula abbia vinto con fatica le elezioni, le difficoltà quindi non mancheranno. La rimonta di Bolsonaro aveva addirittura messo in dubbio la vittoria, aprendo per il Presidente eletto un percorso di governo in salita. Rispetto al passato e ai suoi due mandati precedenti, il Congresso è più che mai frammentato con un orientamento più conservatore rispetto al passato, con molti governatori legati a Bolsonaro. Come più volte dichiarato durante la campagna elettorale e poi ribadito nel discorso post risultati, i primi interventi del Presidente Lula saranno indirizzati verso misure a contrasto dell’aumento di povertà disuguaglianza, oltre a quelle per proteggere le aree incontaminate dell’Amazzonia. Rispetto al passato però potremmo vedere un Lula pragmatico, conscio del fatto che Bolsonaro ha comunque creato un seguito politico forte. Lula magari potrebbe essere pronto a proporre una riforma fiscale moderatamente progressista, con aumenti della spesa pubblica coperti da aumenti delle entrate, così da garantire la sostenibilità dei conti pubblici. Il Brasile, insomma, si appresta a questa nuova sfida dove due poli contrapposti si sfideranno durante tutto il mandato presidenziale. Una costante presente in molti stati, siano essi Europei che d’oltreoceano.

Emilio Cassese . Agenzia Stampa Italia

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