Cina, Russia e gli altri. Politica estera rischia ulteriore deriva ma governo dovrà fare conti con realtà

(ASI) Con il trionfo di Fratelli d'Italia e della sua leader Giorgia Meloni alle ultime elezioni politiche italiane, il Belpaese vira decisamente verso destra. Il 26% raccolto dalla formazione di ispirazione post-missina spicca all'interno di una coalizione di centrodestra che vede Forza Italia mantenere un suo elettorato di riferimento, con un consenso intorno all'8%, ma la Lega crollare nettamente, scendendo al 9%.

Il partito di Matteo Salvini perde così 8 punti percentuali rispetto alle elezioni politiche del 2018 e addirittura 25 punti percentuali rispetto alle elezioni europee del 2019, quando si attestò al dato record del 34% grazie alla spinta propulsiva impressa al partito dalla sua attività di ministro degli Interni nel Governo Conte I, sostenuto insieme al Movimento Cinque Stelle.

La ripartizione dei seggi nel sistema misto previsto dalla controversa legge elettorale italiana stabilisce l'assegnazione di un terzo degli scranni parlamentari su base maggioritaria e degli altri due terzi su base proporzionale. La parte uninominale consente di conquistare il seggio conteso in ciascun collegio prendendo semplicemente un solo voto più del proprio principale avversario di coalizione, e garantisce così la possibilità di incamerare un surplus di deputati e senatori: un meccanismo che funziona come una sorta di premio di maggioranza non scritto.

Sulla base dei voti scrutinati, a differenza delle ultime due legislature, stavolta la coalizione vincente avrà la maggioranza assoluta e potrà così eleggere un governo senza dover ricorrere ad accordi o intese successive con altre forze politiche. Si tratta della prima volta dal 2011, quando l'allora Governo Berlusconi IV cadde in autunno, poco dopo la fine della sciagurata operazione militare della NATO in Libia, per fare spazio ad un nuovo esecutivo tecnico guidato da Mario Monti e sostenuto da una maggioranza parlamentare trasversale, che comprendeva anche l'allora Popolo delle Libertà (PdL), guidato dallo stesso Berlusconi, e il Partito Democratico (PD).

Sul piano interno si tratta di un'occasione importante per ritrovare solidità e governabilità in un Paese messo in crisi da un decennio di instabilità ed incertezze, di origine sia interna che estera. Proprio la dimensione internazionale costituisce uno dei principali teatri in cui il nuovo esecutivo italiano sarà chiamato a sciogliere al più presto nodi importanti. La prima grande questione da affrontare è indubbiamente la crisi energetica, direttamente collegata alla guerra in Ucraina, che sta già mettendo a dura prova la resistenza di famiglie, piccole e medie imprese, artigiani e commercianti. Rispetto agli stessi mesi del 2021, durante gli scorsi luglio ed agosto le bollette sono triplicate, in molti casi, quadruplicate, in altri, e perfino quintuplicate o peggio, in altri ancora.

 

Il nodo gordiano dell'energia

In un'intervista rilasciata a La Repubblica lo scorso 31 agosto, Emma Marcegaglia, imprenditrice attiva nel campo della siderurgia, ha lanciato un allarme più che preoccupante: «Le nostre imprese devono competere con quelle americane, che pagano [l'energia, nda] sette volte meno, ma anche con spagnole e francesi, che hanno prezzi calmierati. I rischi di non stare sul mercato, e di chiudere, sono concreti. Questo si aggiunge all’allarme povertà per le famiglie: bisogna agire subito» [F. Santelli, La Repubblica, 31/8/2022].

Se nelle sue dichiarazioni l'ex presidente di Confindustria individuava come soluzione prioritaria l'immediata imposizione di un tetto del gas a livello europeo per tentare di riportare sotto controllo gli aumenti più consistenti - discussione nel frattempo posticipata ad ottobre dalla Commissione UE - è evidente che la mossa dall'efficacia più immediata per tornare a garantire flussi di gas stabili a prezzi competitivi, e dunque sicurezza energetica, all'Italia sarebbe quella di provare a sfilarsi dai sette pacchetti sanzionatori approvati da Bruxelles contro la Russia e bloccare definitivamente l'invio di armamenti all'esercito ucraino, prendendo atto che dopo sette mesi tutto ciò non ha in alcun modo messo in ginocchio Mosca né ridotto la sua capacità di mobilitazione militare. Non ci sono alternative se si vuole davvero evitare un'ecatombe di attività produttive ed un'emorragia di posti di lavoro nei prossimi mesi.

Questa ipotesi, però, è stata fin'ora portata avanti in campagna elettorale soltanto da alcune piccole liste cosiddette "anti-sistema", tra cui Italexit di Gianluigi Paragone e Italia Sovrana e Popolare di Marco Rizzo, Francesco Toscano ed altri, rimaste fuori dal Parlamento. Nel centro-destra, così come nel centro-sinistra, la situazione è molto più incerta, con i partiti-guida schierati su posizioni dichiaratamente atlantiste. Sia Fratelli d'Italia che il Partito Democratico, infatti, hanno più volte manifestato il loro convinto sostegno al Governo Draghi sulle risoluzioni che hanno via via recepito le diverse sanzioni UE ed approvato l'autorizzazione all'invio di armamenti a favore delle forze armate di Kiev.

Il 4 settembre scorso, durante il tradizionale Forum Ambrosetti di Cernobbio, Giorgia Meloni aveva nuovamente difeso la posizione del proprio partito e sottolineato la necessità che Roma restasse compatta con gli alleati della NATO, a suo dire per una questione di credibilità ma anche economica, visto che l'85% dell'export avviene con l'Occidente [R. Antonini, Dire.it, 5/9/2022]. Purtroppo, però, molte materie prime, non solo idrocarburi ma anche legname e minerali per fertilizzanti, arrivano invece dalla Russia: un rapporto di dipendenza che, dallo scoppio della guerra russo-ucraina, sta penalizzando intere filiere manifatturiere ed agroalimentari in Italia.

Ad aumentare i fattori di rischio sul fronte energetico per il nuovo governo italiano potrebbero essere inoltre uscite di pancia nei confronti dei Paesi a maggioranza musulmana, in particolare di Arabia Saudita, Iran, Turchia e Azerbaigian. Dichiarazioni o prese di posizione maldestre su questioni come la gestione degli affari interni, il rapporto tra politica e religiosità, le politiche verso le minoranze, come quella relativa ai curdi, o contese territoriali, come quella relativa al Nagorno-Karabakh, potrebbero mettere ulteriormente a rischio il nostro Paese, anche in vista del progetto, già definito dall'UE con Baku lo scorso luglio, per il raddoppio della capacità del Corridoio Meridionale del Gas, da completarsi entro il 2027.

 

Cina sullo sfondo

Dopo anni in cui la Russia di Putin era stata più volte presentata da diversi esponenti dei partiti di centro-destra come un partner affidabile, se non un modello politico, oggi il diktat proveniente da Washington e Bruxelles ha costretto praticamente tutti i leader conservatori europei a ricompattarsi contro Mosca, con la sola eccezione del primo ministro ungherese Viktor Orbán, che ha preferito tutelare l'interesse nazionale di fronte alla catastrofica prospettiva di un crollo delle forniture energetiche e dell'interscambio commerciale con Mosca.

Non nuovo a questo genere di interpretazioni della politica internazionale, Silvio Berlusconi ha giustificato il proprio cambiamento di vedute rispetto al Cremlino spiegando che il comportamento di Putin spingerebbe la Russia verso il «totalitarismo cinese». Una versione sposata anche da Giorgia Meloni che, sempre dal Forum Ambrosetti, aveva osservato: «Se l’Ucraina cade e l’Occidente perisce, il grande vincitore non sarà la Russia di Putin ma anche la Cina di Xi Jinping, e chi è più debole in Occidente, l’Europa, rischia di ritrovarsi sotto l’influenza cinese». Si tratta però di una visione piuttosto manichea del quadro internazionale, molto cinematografica e poco realistica.

Dopo la fine dell'URSS, Mosca e Pechino hanno infatti ricostruito le relazioni bilaterali già a partire dal 1996, con la creazione del Gruppo di Shanghai, dal quale è sorta cinque anni dopo l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), oggi estesa a nove Paesi membri a pieno titolo: oltre a Russia e Cina, anche Kazakhstan, Uzbekistan, Kirghizistan, Tagikistan, India, Pakistan e Iran, ovvero quattro potenze nucleari, una quinta in via di sviluppo e quattro importanti partner energetici, agricoli e minerari dell'Asia Centrale. A questi si aggiungono tre membri osservatori (Bielorussia, Mongolia e Afghanistan) e nove partner per il dialogo (Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Azerbaigian, Armenia, Nepal, Cambogia e Sri Lanka).

Quando tutti i governi italiani, di centro-destra e centro-sinistra, dai primi anni Duemila sino allo scorso anno, concludevano accordi energetici e commerciali con Mosca, il partenariato strategico russo-cinese era noto a tutti, così come era evidente che le relazioni NATO-Russia fossero in costante deterioramento: tutti i Paesi del decaduto Patto di Varsavia erano entrati o stavano entrando nell'Alleanza Atlantica (1999-2009), c'erano state o erano ancora in corso la Seconda Guerra di Cecenia (1999-2009), la guerra con la Georgia per l'Ossezia del Sud (2008) e l'intervento militare russo in Siria (2015-2020). L'unico fattore che è davvero cambiato in questi anni è il ruolo dell'Asia, sempre più forte a livello globale. E la Russia, a differenza dell'Europa, ne ha soltanto preso atto muovendosi di conseguenza.  

 

Limiti e pericoli

Dopo l'inizio delle ostilità tra Mosca e Kiev, la pressione politica di Washington sugli alleati europei è cresciuta esponenzialmente, tanto che lo stesso Salvini, il leader politico italiano più vicino a Mosca prima del 2022, ha affermato: «Con un governo di centro-destra non cambierà la collocazione internazionale dell’Italia: staremo coi paesi liberi, occidentali. I miei modelli non sono la Russia e la Cina, io voglio la democrazia». Malgrado Pechino non sia in guerra con nessuno e non abbia mai rappresentato nella storia una minaccia per il territorio europeo - semmai il contrario durante le guerre di conquista coloniale - viene sempre messa in mezzo da numerosi esponenti dei partiti maggiori, non solo di centro-destra. Questa vera e propria ossessione cinese lascia emergere quattro enormi limiti, tra loro evidentemente collegati, della nostra classe dirigente:

1. Una scarsa cultura di politica internazionale;

2. Il forte ripiegamento sulla politica interna;

3. La strumentalizzazione/distorsione dei temi di politica estera per interessi di politica interna;

4. La marcata dipendenza, soprattutto dal 1992 in poi (Seconda Repubblica), dall'analisi strategica dei think-tank e delle fondazioni statunitensi.

Tra le mosse più divisive del Governo Conte I, formato da Lega e Movimento Cinque Stelle, ci fu la visita in Italia del presidente Xi Jinping del marzo 2019, giunto a Roma per la firma di un Memorandum d'Intesa, non vincolante, che sancì l'adesione dell'Italia all'iniziativa Belt and Road (BRI). Dai banchi di Partito Democratico, Forza Italia e Fratelli d'Italia arrivarono critiche pesanti rispetto a quella decisione, che lo stesso Salvini, sebbene al governo, accettò con più di una riserva.

Pochi giorni fa, incalzata dalla taiwanese Central News Agency (CNA), la Meloni ha già scatenato forti reazioni da parte della rappresentanza diplomatica cinese in Italia per aver affermato che «con un governo di centrodestra è certo che Taiwan sarà una preoccupazione imprescindibile», affermando di seguire «da vicino e con disagio» quelle che ritiene le minacce militari cinesi, definite nei termini di un «comportamento inaccettabile, che condanniamo con fermezza insieme a tutte le democrazie del mondo libero» [Il Fatto Quotidiano, 24/9/2022].

Parole che contrastano palesemente con il diritto internazionale [Ris. ONU 2758/1971 e tre comunicati congiunti Cina-USA del 1972, 1979 e 1982] e la politica di Una sola Cina, cui l'Italia aderisce da un cinquantennio. Parole che, insomma, rischiano di mettere a repentaglio un interscambio commerciale da 74 miliardi di dollari nel 2021, in crescita del 34,1% rispetto al 2020, con un tasso di incremento dell'export verso Pechino tra i più alti dell'UE (+36,3%) e più consistente di quello relativo all'import dal gigante asiatico (+32,6%) [Tribuna Economica, 24/1/2022].

Stesso dicasi per Hong Kong, soprattutto in concomitanza con le proteste e le violenze degli attivisti separatisti tra il 2019 e il 2020. Nell'estate di due anni fa, diversi esponenti politici italiani manifestarono davanti all'Ambasciata cinese di Roma innalzando cartelli in sostegno dei rivoltosi. Tra questi, anche Matteo Salvini, l'unico leader di partito presente: una pessima figura diplomatica ed un caricaturale messaggio di aperta sfida alla sovranità nazionale e all'integrità territoriale della Repubblica Popolare Cinese.

Il nuovo governo è avvisato: non è più tempo di scherzare con slogan ad effetto, meme, barattoli di nutella e atteggiamenti smargiassi. La nostra sopravvivenza come sistema Paese dipenderà dalla capacità di muoversi con determinazione, intelligenza e ponderazione in Europa e nel mondo, valorizzando quanto più possibile la posizione strategica dell'Italia nel cuore del Mediterraneo.

 

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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