(ASI) Per il quarto anno consecutivo, la Cina procederà lungo il sentiero della riforma strutturale dell'offerta. È quanto emerge dai pareri degli economisti, chiamati ad analizzare e commentare i dati ufficiali sulla performance del Paese nel 2018, pubblicati in questi giorni dal Dipartimento Nazionale di Statistica.

Il triplice obiettivo di fondo resta ancora quello di migliorare la qualità della crescita, ridurre l'indebitamento ed eliminare gli eccessi produttivi. Durante l'anno appena conclusosi, la produzione industriale cinese è cresciuta del 6,2%, in rallentamento rispetto al 6,6% del 2017. Tuttavia, questo dato va messo in relazione con quelli relativi alle industrie hi-tech, alle industrie emergenti strategiche e al settore dei macchinari, che nello stesso periodo sono cresciuti rispettivamente dell'11,7%, dell'8,9% e dell'8,1%. «La riforma strutturale dell'offerta ha fornito lo stimolo a migliorare la qualità e l'efficienza della crescita del PIL», ha affermato ai microfoni di Xinhua Yang Weimin, vicedirettore della Commissione Economica del Comitato Nazionale della Conferenza Politica Consultiva del Popolo, ovvero il massimo organismo consultivo del Paese.

Anche lo scorso anno, a questo proposito, la Cina ha così «compiuto sostanziali passi in avanti nella riforma dell'offerta, con obiettivi di taglio raggiunti in settori saturi come l'acciaio e il carbone», come riporta sempre Xinhua. La riduzione della pressione fiscale a livello nazionale ha toccato quota 1.300 miliardi di yuan (circa 191 miliardi di dollari), superando le previsioni. Chiaramente, le sfide e le trasformazioni rimangono ben presenti nel più esteso processo di ristrutturazione e modernizzazione del sistema Paese, secondo quanto afferma Ning Jizhe, direttore del Dipartimento di Statistica.

«Lo squilibrio fra offerta e domanda deve ancora essere colmato e la soluzione a questa contraddizione dipende dal lato dell'offerta», ha sottolineato Li Wei, a capo del Centro di Ricerca sullo Sviluppo del Consiglio di Stato. La fase di nuova normalità, che ha visto il Paese asiatico rallentare gli alti (quando non altissimi) ritmi di crescita pre-2015, è dunque entrata in un momento decisivo nel quadro di una trasformazione del modello di sviluppo in linea con un'economia ormai trainata dai consumi interni e non più dalle esportazioni.

Mercoledì scorso, il presidente cinese Xi Jinping, in occasione del sesto vertice del Comitato Centrale per l'approfondimento delle riforme, ha parlato chiaramente di «risultati determinanti» da raggiungere in aree fondamentali e fattori-chiave entro il 2020, rispetto ai quali sono stati approvati alcuni documenti ufficiali in materia di finanza, ambiente, giustizia e istruzione.

Il 2021, centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese, segnerà il traguardo della realizzazione della società moderatamente prospera, lo xiaokang confuciano già richiamato da Deng Xiaoping negli anni Ottanta. Con questo termine, semplificando, si intende la formazione di una folta classe media che garantisca stabilità economica e sociale. Ormai, l'obiettivo è praticamente ad un passo in un Paese che - a settant'anni dalla fondazione della Repubblica Popolare e a quarant'anni dalla avvio delle politiche di riforma e apertura - ha strappato alla povertà circa 700 milioni di abitanti.

«I progressi della Cina negli ultimi settanta'anni non sono un dono di dio né un regalo di qualcuno. Sono invece frutto di ciò che il popolo cinese ha costruito attraverso visione, duro lavoro, coraggio, riforme e innovazione», ha precisato mercoledì scorso il vicepresidente cinese Wang Qishan durante il suo atteso intervento all'ultima edizione del Forum Economico Mondiale di Davos, andato in scena, come di consueto, nella celebre località turistica svizzera.

Come ha ribadito Wang al pubblico ospite del professor Klaus Schwab, «la Cina vanta una forma di civiltà ininterrotta di oltre 5000 anni e la nazione cinese ha patito grandi sofferenze ma ha anche raggiunto risultati radiosi». Ricordando la diversa evoluzione storica tra Cina e mondo occidentale nel corso del XIX secolo, con il colosso asiatico in declino, Wang ha indicato nella decisione degli imperatori di «chiudere la porta della Cina al mondo» la causa delle aggressioni coloniali dell'epoca. In questo senso, il vicepresidente cinese ha rivendicato il ruolo storico del Partito Comunista Cinese: «Grazie a settant'anni di duro lavoro e abnegazione, abbiamo trasformato un Paese agricolo debole ed impoverito, industrialmente arretrato, nella seconda economia mondiale, nella prima potenza manifatturiera e nella prima potenza commerciale di beni, creando prospettive luminose per il grande rinnovamento della nazione».

Oggi, per Wang, i problemi dell'economia globale sono evidenti: la carenza di nuovi motori della crescita, uno sviluppo squilibrato e una disomogenea distribuzione del reddito. «Incombono le sfide presentate dalle nuove tecnologie, dalle nuove industrie e dalle nuove forme di impresa», ha aggiunto il vicepresidente cinese, ma l'unico modo per uscirne è, nei fatti, quello di assecondare una «tendenza inevitabile». Già da anni, infatti, la leadership cinese considera la trasformazione degli equilibri internazionali in senso multipolare come la logica evoluzione del processo di globalizzazione. «I Paesi del BRICS, il Vietnam, l'Indonesia ed altre economie emergenti sono cresciuti», ha incalzato Wang davanti alla platea di Davos, precisando che «di conseguenza, la globalizzazione economica ha raggiunto una nuova fase».

Secondo Pechino, le multinazionali e le istituzioni finanziarie occidentali, i «principali vettori della globalizzazione economica», ricercando il massimo profitto nella propria attività, «hanno allocato risorse nei Paesi e nelle regioni caratterizzati da fattori di produzione a basso costo e creato un ambiente favorevole alle imprese mentre costruivano le catene globali del valore». In questo quadro storico, la Cina «è passata dalla fascia bassa a quella medio-alta della catena industriale globale».

Oggi, nel contesto mondiale della rivoluzione digitale e delle sue implicazioni a tutti i livelli nella società, il colosso asiatico sta così portando avanti nuove riforme nel tentativo di risolvere le tante questioni interne ancora aperte in varie sfere della politica, dell'economia, del diritto e dell'ambiente, restando «impegnata a costruire la pace mondiale, promuovendo la crescita globale e sostenendo l'ordine internazionale», attraverso un modello di relazioni internazionali fondato su «rispetto reciproco, uguaglianza, giustizia e cooperazione dal mutuo vantaggio».

Per Wang Qishan è dunque «imperativo rispettare la sovranità nazionale e rifuggire dalla ricerca dell'egemonia tecnologica, interferendo negli affari interni degli altri Stati e conducendo, schermando o proteggendo attività di tipo tecnologico mirate a compromettere la sicurezza nazionale degli altri Paesi». Un messaggio a Donald Trump? Forse. Più in generale, però, quello del vicepresidente cinese pare essere un monito a tutti coloro che in Occidente, al di là dell'orientamento politico, continuano ad inseguire una logica da scontro di civiltà ormai palesemente fuori dalla storia.

 

Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

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