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(ASI) C’era una volta il Generale Tito, nemico di Usa e Urss, che era riuscito nell’impresa: rendere gli slavi del sud nazione sotto la Yugoslavia.

Poi il Generale morì, l’impero sovietico è crollato e, sotto la spinta esterna, è iniziata la divisione dell’area in mille statarelli, in ossequio al divide et impera su cui oggi si fonda la politica estera di Obama e soci, non prima però che scoppiasse una delle guerre più feroci della seconda metà del secolo scorso tra l’indifferenza generale che impiegò anni prima di iniziare a preoccuparsi seriamente della questione.

Due delle tante micronazioni che componevano lo stato adriatico decisero, gli fu imposto (?), di rimanere insieme e nacque così la Bosnia-Erzegovina, fragile unione che ora però sembra avviata al tramonto.

Da circa due mesi questo Stato sta infatti attraversando una profonda crisi politica ed istituzionale che ha messo a rischio l’esistenza stessa di questa nazione.

La comunità internazionale per amministrare il Paese aveva deciso di imporre un Alto rappresentante dell’Onu, per la cronaca l’austriaco Valentin Inzko, che però con il passare degli anni ha perso prestigio a scapito del presidente di questa giovane repubblica Milorad Dodik, sempre più attivo presso le varie diplomazie che con la sua spregiudicatezza sta mostrando i tanti limiti del meccanismo creato a Dayton per gestire la frammentazione della Yugoslavia.

Politicamente il Paese ricorda il Belgio attuale, le elezioni dell’ottobre 2010 infatti non hanno ancora consentito la nascita di un qualche governo ed il potere continua ad essere gestito dalla presidenza tripartita, composta da un serbo, un croato ed un rappresentante della Bosnia – Erzegovina che a rotazione, ogni otto mesi, si scambiano la presidenza.

A rendere la situazione ancora più ingarbugliata la rigida rotazione etnica che contraddistingue ogni nomina politica nella nazione. In base a questi accordi dovrebbe provare a formare un qualche govenro il croato bosniaco Kukìc, esponente del Sdp, che però non viene riconosciuto come autentico rappresentante dell’etnia croata. Nel quadro va poi inserita la divisione politica con i maggiori partiti serbi, l’Sds e la Snds convinti che il capo del governo debba provenire dai maggiori partiti croati.

Dodik, uomo di punta dell’Snds, per realizzare il suo progetto politico punta invece a sfruttare l’insoddisfazione dei croati, etnia minoritaria nella Federazione, per mettere a punto il piano che porta avanti da quando, nel 2006, entrò in politica: indebolire lo Stato centrale a favore di una maggiore autonomia delle due entità costituenti la Bosnia-Erzegovina. Processo che rischia però di condurre a una divisione del paese.

Se ovviamente ci fosse una nuova scissione appare evidente che ne uscirebbe due stati politicamente molto deboli  che ovviamente attirerebbero le attenzioni dei vicini che potrebbe perfino portare al riesplodere di un conflitto mai realmente finito.

 

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