(ASI) L’Isis attacca con più frequenza l’Europa, ma perde un territorio dopo l’altro in Medio Oriente. A Raqqa la battaglia decisiva è vicina e le rovine del minareto della moschea di Al-Nuri in Iraq rappresentano solo l’ultima follia dei militanti del Califfato.


Il “gobbo”, così veniva chiamato dagli iracheni il monumento che pendeva come la torre di Pisa. Anticamente si diceva che il minareto si fosse inchinato mentre il profeta Maometto veniva chiamato in cielo. Una storia di otto secoli distrutta dalla frustrazione di chi conta ora i suoi giorni.

La fine dell'Isis non va però di pari passo con la fine dell'integralismo islamico e per la politica estera dell'Occidente si aprono nuovi spiragli di crisi. Gli Stati Uniti, da sempre in prima linea in Medio Oriente, devono ora gestire una scacchiera diversa da quella che caratterizzava la geopolitica 15 anni fa. Il presidente Trump non potrà per sempre occuparsi del Russiagate che lo vede coinvolto nei confini nazionali, ma sarà costretto ad esporsi anche sui temi di politica estera. Non si tratta di una visita a Gerusalemme da Netanyahu, né al Cairo da Al Sisi, né della trattativa da 110 miliardi per il commercio delle armi con i sauditi.
I temi a cui la Casa Bianca dovrà pensare nel post-Isis possono essere riassunti in sei punti, tanti quanti i Paesi soggetti al rischio della radicalizzazione islamica.

Siria- La linea seguita in concerto con il presidente francese Emmanuel Macron è quella di reagire con fermezza in caso di attacchi chimici da parte delle truppe lealiste al presidente Bashar al-Assad. Rimuovere il leader siriano è ormai un'ipotesi improponibile per il coinvolgimento di Russia e Iran, mentre la crisi dei cieli sta generando una spaccatura fra le diverse forze militari impiegate. Nato e Russia si contendono le zone di volo e perfino il ministro della Difesa russo Sergej Shoigu, diretto a Kaliningrad e sentitosi minacciato, ha chiesto all'aviazione del Cremlino di allontanare gli F-16 del Patto Atlantico. Un clima di sospetto su ogni movimento che dall'Europa si avvicina alla Siria. Anche al decadere dello Stato Islamico, la spaccatura fra ribelli, sostenuti da Stati Uniti e Curdi, e forze armate siriane, sostenute da Iran, Russia e Turchia, non troverà un punto di incontro, anzi, la crisi potrebbe peggiorare.

Iraq- La riconquista di Mosul è vicina, grazie anche a molti raid aerei statunitensi che non hanno fatto però distinzioni fra militari e civili. I militanti del Califfato hanno usato spesso i cittadini come scudo, ma la via perseguita sembra la riconquista a ogni costo dei territori invasi dagli estremisti. Anche l'esercito iracheno sta dando il proprio contributo via terra, coperto dai droni e dai caccia americani. Sia per l'Iraq che per la Siria il problema è analogo. Finito il conflitto quale sarà la ripartizione dei territori, in Paesi dalle divisioni etniche e religiose tanto marcate?

Afghanistan- I riflettori del mondo sono orientati su altro, ma i Talebani hanno riconquistato molte zone strategiche del Paese. In breve gli Stati Uniti, dopo il ritiro delle truppe durante la seconda presidenza Obama, rischiano ora di gettare al vento i risultati conseguiti in 16 anni di conflitto. Ci sono ancora 9800 soldati Usa, più 3mila della coalizione, ma le misure necessarie per tamponare la perdita di territori sarebbe inviarne almeno altri 5mila.

Iran- La più grande perplessità delle scelte fatte da Donald Trump in politica estera fino a questo momento. Tra l'Obamacare smembrato e gli accordi di Parigi stracciati, quello che solleva più timori è il rifiuto totale dell'intesa con l'Iran sul dossier nucleare, ottenuto a fatica dal presidente precedente. L'avvicinamento con Israele e l'Arabia Saudita ha isolato un Paese che, è vero definito «canaglia» (rogue state) dalla rivoluzione di Khomeini del 1979, ma che si era aperto notevolmente con la presidenza del moderato Rohani. Il principale Paese sciita che poteva essere un'ottima pedina alleata contro gli estremismi del Sunnismo, è ora di nuovo coinvolto in una scia di sospetti e rivendicazioni, complice il conseguente riavvicinamento alla Russia di Putin.

Yemen- La crisi con l'Iran si riflette anche in Yemen. Appoggiare sauditi ed Emirati arabi contro i ribelli Houthi significa scontrarsi con la loro alleanza con gli Ayatollah sciiti di Tehran. Gli Usa hanno come obiettivo militare le basi di Al Qaeda nel Paese, ma il piede di guerra mosso da Washington non agevolerà il negoziato politico che dovrebbero gestire le Nazioni Unite.

Somalia- Ultima ma non meno importante fra le crisi di politica estera, l'espansione di al-Shabaab e Al Qaeda in Africa, in particolare in Somalia. Le strategie militari statunitensi prevedono al momento solo raid aerei, ma in futuro potrebbe essere necessaria qualche operazione aggiuntiva. Mali, Nigeria e Libia sono solo alcuni dei riflessi dell'estremismo in Paesi dalle democrazie fragili e dall'anarchia dilagante sul territorio di popolazioni continuamente turbate dal terrore degli attentati.

Lorenzo Nicolao - Agenzia Stampa Italia

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