(ASI) Conclusosi lunedì scorso il Forum sullo Sviluppo della Cina 2017, è già tempo di voltare pagina e dare avvio alla nuova edizione del Forum per l'Asia di Boao, nella provincia insulare di Hainan. Lanciato nel 2001,
il Forum di Boao, giornalisticamente noto anche come "Davos asiatica", è ormai una tappa imprescindibile all'interno del fitto calendario degli eventi a carattere politico-economico di livello internazionale, organizzati nel Paese asiatico.
 
Dopo la pubblicazione del 13° Piano Quinquennale di Sviluppo Socio-Economico di un anno fa, la presidenza cinese del G20 conclusasi nel dicembre scorso, l'altisonante intervento di Xi Jinping al Forum Economico Mondiale di Davos a gennaio e la recente Doppia Sessione (Conferenza Politica Consultiva del Popolo e Assemblea Nazionale del Popolo), la riflessione del Forum sullo Sviluppo si è concentrata attentamente sulle riforme strutturali che la Cina sta affrontando, con particolare determinazione alla luce dei problemi emersi nel 2015.
 
Lungi dall'aver innescato la spirale critica paventata da alcuni media occidentali, questi fenomeni di instabilità sono stati affrontati dal governo, anche a livello regionale, ricorrendo ad iniezioni di liquidità sui mercati e ad una ponderata operazione di controllo dei prezzi del mattone. Queste misure a breve o medio termine, ovviamente, non avrebbero grandi effetti se non fossero inserite nel più ampio percorso di riforma che sta riguardando la Cina da almeno due anni, contrassegnando la principale direttrice di politica interna di Xi Jinping.
 
Separata dalla principale direttrice di politica estera, cioè l'iniziativa Belt and Road, ma parallela ad essa, la riforma strutturale dell'offerta accompagnerà il Paese almeno sino al 2020, nel tentativo di rispondere alle nuove esigenze della classe media cinese, sempre più numerosa, consapevole e matura nelle sue scelte di consumo. Secondo McKinsey&Company, nel 2022 la classe media e quella medio-alta, messe insieme, ingloberanno circa il 76% della popolazione nazionale: una cifra numericamente impressionante che evidenzia, già di per sé, l'entità della trasformazione in atto nella società cinese, con tutto ciò che ne consegue in termini economici, politici, sociali e di costume.
 
Il rallentamento globale e l'incertezza internazionale emersi con forza sui mercati di tutto il mondo circa due anni fa, hanno senz'altro messo alla prova la tenuta di un'economia che, come quella cinese, è stata per lungo tempo trainata dall'export e che solo negli ultimi anni è stata invece trainata dai consumi. Tuttavia, qualcosa stava già cambiando da prima. Quella strutturale dell'offerta è, infatti, più di una semplice riforma. È piuttosto il contenitore di una serie di aggiustamenti e ristrutturazioni nel modello di sviluppo, nel tentativo di mettere in pratica un generale "alleggerimento" della macchina statale per garantire al mercato un ruolo più incisivo nel processo di allocazione delle risorse. Le quattro direttrici verso cui la riforma si sta muovendo sono infatti il taglio dell'overcapacity produttiva, in particolare per quanto riguarda l'industria pesante, la riduzione dell'indebitamento delle aziende (alla fine del 2016 il debito corporate cinese aveva raggiunto il 169% del PIL), l'agevolazione fiscale, in particolare per la PMI, e l'investimento deciso su innovazione, servizi, infrastrutture intelligenti e urbanizzazione sostenibile.
 
Quella che il governo cinese ha definito nei termini di una "nuova normalità" sta dunque in gran parte coincidendo con gli obiettivi che la comunità internazionale si era data nel corso del 2016. Non è un caso che l'agenda del G20 di Hangzhou, firmata dai leader delle principali potenze del pianeta nel settembre scorso, avesse sostanzialmente messo tutti d'accordo su principi-chiave condivisi quali la visione d'insieme, l'integrazione tra i piani su cui le riforme strutturali dovranno insistere, l'apertura e l'inclusione, a cui si è accompagnato un Piano di Azione per l'Innovazione a favore degli investimenti STI.
 
Eppure, in casa G20, qualcosa ancora non quadra. Se lo scorso 22 febbraio ben poco spazio ha avuto nei principali circuiti mediatici la notizia dell'entrata in vigore dell'Accordo di Facilitazione Commerciale (TFA) che, secondo le previsioni del WTO, dovrebbe generare entro il 2030 una crescita del volume commerciale mondiale pari al 2,7% annuo, meno di un mese dopo ha fatto invece grande rumore il vertice dei ministri delle Finanze a Baden Baden, in Germania. L'influenza della nuova amministrazione Trump sul G20 ha fatto letteralmente scomparire dal documento finale quelli che ormai erano diventati enunciati abituali nell'ambito del summit: l'opposizione ad ogni forma di protezionismo e la lotta ai cambiamenti climatici.
La facilitazione commerciale e la riduzione delle emissioni nocive sono da diverso tempo due dei cavalli di battaglia internazionali di Pechino, che per tutto il 2016 ha strenuamente difeso le proprie ragioni, sia davanti alle forti perplessità dell'Unione Europea a riconoscerle lo status di economia di mercato che davanti ai tentativi dell'amministrazione Obama di sbarrarle la strada nella regione Asia-Pacifico, escludendola a priori dal TPP.
 
Fallita un'idea, più politica che economica, di globalizzazione per anni promossa in Occidente da leader di destra e di sinistra, gli Stati Uniti sembrano così voler abbandonare il tavolo, lasciando irrisolte le tante questioni internazionali che ancora gravano sull'operato dei precedenti inquilini della Casa Bianca. Le perplessità di Angela Merkel hanno intensificato le divergenze tra la Cancelleria e la Casa Bianca, creando un divario tra le due sponde dell'Atlantico che è forse destinato ad allargarsi ulteriormente nel futuro prossimo. L'Unione Europea, sebbene divisa e in difficoltà, non può fare propria, infatti, la visione di Donald Trump che, sintetizzata da slogan quali America First! e Make America Great Again, nasce da una prospettiva risolutamente unilaterale in un'epoca dove la multilateralità non è più una scelta, ma un punto di partenza praticamente obbligato.
 
Il Forum di Boao 2017, dall'emblematico titolo Globalizzazione e Libero Commercio: le prospettive asiatiche, intende proprio rilanciare l'idea che la globalizzazione economica proceda di pari passo col processo di multipolarizzazione e di "redistribuzione" del potere politico-economico mondiale, secondo dinamiche che, nel riconoscimento delle diversità dei modelli di sviluppo (e dei modelli culturali), potrebbero recare beneficio all'intero pianeta. Le sessioni di discussione della quattro-giorni di Boao, partecipate da esperti e politici provenienti dall'Asia e dal resto del mondo, hanno affrontato e affronteranno numerosi temi economici e finanziari, non solo di portata regionale: il futuro della formazione, la tecno-finanza, l'artigianato, l'Industria 4.0, le lezioni acquisite dalla crisi finanziaria asiatica del 1997 e da quella americana del 2007, la fiscalità, il passaggio dal Made in Asia al Created in Asia, l'intelligenza artificiale e tanti altri ancora.
 
Sostenendo la facilitazione del commercio e degli investimenti, dunque, la Cina non solo persegue i suoi interessi ma si fa anche portavoce di una moltitudine di Paesi in via di sviluppo che, dopo decenni di sacrifici, intravvedono la concreta possibilità di realizzare un futuro più solido e sicuro per i propri figli, facendo di Boao una sfida già vinta in partenza.
 
Andrea Fais - Agenzia Stampa Italia

 

 

 

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