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Si è svolto sabato a Roma un interessante seminario di Eurasia intitolato Italia e usa da Jalta al multipolarismo. Presenti in qualità di relatori l’ex ministro degli Esteri Gianni De Michelis, Tiberio Graziani, presidente dell’IsAG, e il giornalista Stefano Vernole. In campo quindi due posizioni ben contrastanti, quella espressa dall’ex titolare della Farnesina che ha cercato in tutti i modi di difendere gli Usa e la loro ingerenza politica, culturale e militare nel nostro Paese e quella più realista degli altri due relatori che invece hanno puntato l’indice contro questa ingerenza e le sue nefaste conseguenze.

Ne è nato un dibattito piacevole in cui sono state ripercorse per grandi linee le tappe della storia italiana ed europea degli ultimi 70 anni.

Analizzato il ruolo strategicamente centrale dell’Italia che permette di sviluppare azioni verso nord-ovest, nord-est ed in tutto il bacino mediterraneo, ruolo che è leggermente cambiato dopo l’89 quando non solo con la caduta del comunismo è cambiato anche il sistema italiano, precedentemente basato sull’anomalia dell’avere in un Paese atlantico il più grande partito comunista europeo, ma quando la nostra azione politica è stato ancor più condizionata verso i diktat atlantici.

Come ha poi giustamente ha spiegato De Michelis dopo il crollo dell’Urss di fatto l’occidente, come era stato conosciuto fino a quel momento, non c’è, da qui si è sviluppata la necessità per gli Usa di ridisegnare il Nuovo Ordine Mondiale con Clinton e Bush, cresciuti in un mondo che ormai non c’era più, che hanno fallito questo tentativo.

Il dibattito ha giustamente messo in evidenza la nostra mancanza di sovranità nazionale su vari temi tra cui quello della ricerca, che a lungo andare ha finito per penalizzare in modo quasi irreversibile l’Italia.

Tra i danni causati dall’occupazione statunitense c’è poi quella relativa ad una perdita della nostra cultura comune, l’italiano oggi è sempre meno conosciuto tra la popolazione a scapito dell’inglese, anche se principalmente relativamente a quei pochi concetti utili a fini “turistici”.

La mancanza di materie prime nel nostro Paese ha spesso portato l’Italia a guardare a nazioni invise a Washington anche se poi quei politici che hanno provato a sviluppare politiche indipendentiste hanno pagato dei prezzi molto alti per la loro intraprendenza.

Il dibattito si è poi spostato verso la Turchia, uno dei principali partner economici, ed al ruolo che questa andrà a rivestire non solo nella nuova Europa anche nella Nato che oggi sta lentamente rivedendo la sua struttura e che a breve dovrò riorganizzarsi in un mondo molto diverso da quello in cui è sorta.

Giornata interessante che nonostante il tentativo dell’ex esponente socialista di difendere i presunti vantaggi derivanti dalla nostra sudditanza agli Usa dovrebbe aver permesso agli italiani di aprire gli occhi davanti ad una situazione che i nostri politici continuano a smentire e minimizzare.

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