(ASI) Venerdì 14 giugno si sono svolte le undicesime elezioni presidenziali dell’era repubblicana in Iran. Al contrario delle previsioni di molti media e siti internet iraniani, Hassan Rohani, candidato che si era autodefinito in campagna elettorale “moderato, né di destra, né di sinistra”, sostenuto da non pochi partiti della sinistra islamica (riformisti), nonché da “pesi massimi” della politica iraniana, come gli ex presidenti Rafsanjani e Khatami, ha trionfato nettamente al primo turno con oltre il 50 percento dei consensi. Il primo degli sconfitti, è stato il favorito Qalibaf (centro), ma distanziato pesantemente, seguito dal nazional-popolare Jalili. L’affluenza alle urne è stata buona, intorno al 72-73 percento, sopra la media della normale partecipazione elettorale in Iran. In uno dei primi commenti postelettorali Hassan Rohani, 65 anni, direttore di uno dei più importanti centri di ricerca strategica del paese mediorientale, per anni membro e segretario generale del Consiglio per la Sicurezza Nazionale e capo negoziatore per la vicenda del nucleare negli incontri con i rappresentanti delle potenze internazionali al tempo di Khatami, ha detto: “Questa vittoria rappresenta il prevalere della razionalità e della moderazione sull’estremismo.” In campagna elettorale aveva anche detto: “Sono qui per stabilire un governo di saggezza e speranza, per amore di un Iran islamico, per salvare l’economia, per avere un’interazione costruttiva con il mondo e ristabilire la moralità nella società”. Egli ha ringraziato il popolo iraniano per la fiducia concessagli e anche alcuni suoi influenti sostenitori come Rafsanjani e Khatami. Tra gli sconfitti, che comunque hanno tutti riconosciuto l’esito del voto e hanno fatto i complimenti al candidato vincente (1), è iniziata, soprattutto nei siti vicini a loro, l’analisi del voto e, ovviamente, come succede in questi casi, i commenti sono abbastanza eloquenti: si passa da un approccio realistico, riconducibile agli errori commessi all’interno del centrodestra, ovvero agli eccessivi litigi tra governo e parlamento, che di fatto, hanno dato un contributo notevole alla disaffezione popolare nei loro confronti, a polemiche inutili e rabbiose, caratterizzate dalla volontà di accusarsi reciprocamente per gli errori commessi. Nei media e nei siti internet vicini ai riformisti invece, prevale l’entusiasmo e un senso di rivalsa, per gli ultimi anni che avevano visto batoste elettorali susseguirsi per i loro candidati. Il principale dato è l’affluenza: la maggioranza assoluta degli iraniani è andata a votare, neutralizzando la campagna mediatica delle tv satellitari occidentali che invitavano a boicottare il voto, in quanto inutile e non libero. La partecipazione massiccia degli iraniani alle elezioni dimostra per l’ennesima volta che i cittadini, tutto sommato, considerano il sistema iraniano concorrenziale e credibile. La stessa Guida della Rivoluzione (Capo dello Stato) aveva invitato gli iraniani di tutti gli orientamenti a recarsi alle urne, e il popolo ha accolto la richiesta. Detto ciò, il principale messaggio che hanno voluto dare gli iraniani alla classe politica è un cambiamento, soprattutto rispetto agli ultimi anni dell’amministrazione del centrodestra (“conservatori”, maggioranza in parlamento e comunque, giusto o sbagliato che sia, considerati al potere anche nel governo, anche se ufficialmente Ahmadinejad aveva rifiutato questa etichetta); la litigiosità tra i poteri dello Stato ha sicuramente contribuito all’aumento di alcuni problemi economici, causati anche dalle sanzioni unilaterali di USA e UE. A dire il vero, il voto iraniano, più che un voto “per” i riformisti, è un voto “contro” i conservatori, accusati di non concentrarsi sulla risoluzione dei problemi economici del paese. Non bisogna dimenticare poi il ruolo che avranno in futuro le relazioni del nuovo governo (2) col parlamento conservatore. Un’analisi superficiale potrebbe far credere a una vita problematica per il prossimo governo, ma la realtà è che l’attuale parlamento, in un aut-aut tra Ahmadienjad e Rohani, in ogni caso preferisce l’approccio “pragmatico” e legato alle “larghe intese” di un moderato come Hassan Rohani, che non l’unilateralismo di Ahmadinejad. E’ da auspicare in ogni caso un governo che lavori per risolvere i problemi della gente, che si impegni in economia. Come ho sempre

pensato i problemi dell’Iran, come quelli del mondo in generale, soprattutto nel contesto internazionale attuale, sono quelli sociali e economici, non di certo come si veste la gente o cose di questo tipo. La stessa Guida ha invitato tutti gli iraniani e le forze politiche responsabili a aiutare il nuovo presidente e capo dell’esecutivo Hassan Rohani; il popolo si è espresso, anche chi non ha votato per il “moderato” (come il sottoscritto), deve avere il buon senso di rispettare la volontà popolare e quindi di augurare buon lavoro al nuovo governo, il governo di 75 milioni di iraniani. D’altronde le reazioni internazionali sono state positive: dopo aver detto che le elezioni iraniane non erano libere e aver condannato il sistema istituzionale della Repubblica Islamica, i dirigenti occidentali nel giro di poche ore si sono ricreduti, e hanno accolto positivamente l’esito del voto (ma non erano “controllate” le elezioni iraniane?). Da Obama a Emma Bonino vi è stata grande esaltazione: gli unici che non hanno espresso ottimismo sono stati gli israeliani. Un miglioramento dei rapporti tra Iran e Europa sarebbe evidentemente un duro colpo per Tel Aviv, almeno diplomaticamente. La politica estera iraniana, non subirà cambiamenti drastici, in quanto, i paesi stabili del mondo (ad esempio quelli industrializzati – Europa, USA, Giappone ecc.) non tendono a cambiare il sistema delle alleanze internazionali attraverso un cambio di governo (3). L’Iran rimane e rimarrà membro dell’Asse della Resistenza a livello regionale, e integrato nel sistema eurasiatico attraverso il Trattato di Shanghai. Indubbiamente vi sarà un cambiamento nell’approccio, forse simile a quello di Khatami tra il 1997 e il 2005. Ma nulla può far presagire un cambio drastico nella sostanza. Non a caso tra i primi a congratularsi col nuovo presidente sono stati il leader venezuelano Maduro e il capo di Hezbollah Seyyed Hasan Nasrallah. Con una formula ad effetto potremmo dire che Rohani è “l’Obama iraniano”, ovvero un presidente che cambierà l’approccio in politica estera dell’Iran, ma non gli obiettivi strategici, ovvero l’affermazione della Repubblica Islamica come potenza regionale e il sostegno alla crescita del paese a livello internazionale, senza dimenticare lo sviluppo economico, sociale, culturale e scientifico iraniano. Per quello che riguarda il fronte degli sconfitti, interessante l’analisi di Said Jalili, che ha detto: “Abbiamo perso, ma siamo all’inizio del nostro lavoro che no sarà solo quello di aspettare quattro anni per ripresentarci al voto. Dobbiamo lavorare sin da ora nella società, per capire quello che non abbiamo capito in questa tornata elettorale”.

(1) Sarebbe stato bello vedere lo stesso atteggiamento 4 anni fa, quando purtroppo, i candidati del centrosinistra, invece di riconoscere la netta vittoria di Ahmadinejad, invitarono la gente alla ribellione e gridarono ai brogli.

(2) Il governo Rohani non si insedierà ufficialmente prima di agosto.

(3) Di certo la salita al potere del centrodestra o del centrosinistra in Italia non implica in alcun modo l’uscita del paese dalla NATO

Ali Reza Jalali

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