Cina e WTO: l’adio allo status di Paese in via di sviluppo

(ASI) La Cina ha deciso di rinunciare ai benefici riservati ai Paesi in via di sviluppo all’interno dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Una scelta annunciata dal premier Li Qiang a New York, durante un forum parallelo all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e che arriva in un momento cruciale: con il sistema commerciale multilaterale in affanno, sotto i colpi della guerra dei dazi e delle spinte protezionistiche, Pechino sceglie di togliere dal tavolo una delle contestazioni più care a Washington.

La mossa, definita “storica” dal direttore generale del WTO Ngozi Okonjo-Iweala, è stata accolta con favore anche a Bruxelles, che però ha ricordato come il vero nodo non sia solo nei negoziati futuri ma anche negli accordi già in vigore, dove la Cina continua a beneficiare di tempi lunghi, esenzioni e margini di flessibilità. In altre parole: bene il gesto simbolico, ma l’Europa chiede che si traduca anche in aperture concrete.

Lo status di “Paese in via di sviluppo” non è una categoria tecnica imposta dall’alto: è una sorta di auto-definizione che consente di accedere a “trattamenti speciali e differenziati”. Per Pechino ha significato, dal 2001 a oggi, poter aprire i mercati con gradualità, ricevere assistenza tecnica e, non da ultimo, essere esentata da certi contributi internazionali, come quello al fondo per il clima. Un privilegio che ha permesso alla Cina di trasformarsi da economia da 1.300 miliardi di dollari a potenza da quasi 19.000 miliardi, superando Stati Uniti e Unione Europea nell’export globale.

Gli Stati Uniti hanno sempre considerato questa posizione insostenibile. E Donald Trump, con i suoi dazi a raffica contro Pechino e non solo, ha fatto di questa battaglia una bandiera. Non è un caso che la decisione di Pechino arrivi proprio ora: ufficialmente è una scelta “volontaria e autonoma”, ma il contesto parla chiaro. I dazi americani hanno ridisegnato gli equilibri del commercio internazionale, costringendo anche la seconda economia del pianeta a muoversi per non passare come il vero colpevole della paralisi del WTO.

La Cina però non rinuncia al ruolo politico che lo status le ha garantito. Restare “in via di sviluppo” sul piano identitario serve a ribadire la leadership sul cosiddetto Sud globale, quel fronte di Paesi emergenti che vedono in Pechino un’alternativa al sistema guidato da Washington. Non a caso, i funzionari cinesi hanno sottolineato che la decisione non implica alcun obbligo per altri Paesi. È una scelta individuale, non un precedente.

Resta il fatto che, con questa mossa, la Cina cerca di guadagnarsi un doppio dividendo: togliere agli Stati Uniti un argomento polemico usato da anni e, al tempo stesso, accreditarsi come attore responsabile disposto a riformare un’istituzione in crisi. Ma la domanda resta: si tratta di un vero cambio di rotta o solo di un aggiustamento tattico, in attesa che passi la tempesta dei dazi?

Tommaso Maiorca – Agenzia Stampa Italia

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