(ASI) “Scegliamo innanzitutto un punto di partenza, alcuni naviganti prima o poi tornano, gli altri partono per sempre. Il Mediterraneo non è solo geografia, i suoi confini non sono definiti né nello spazio né nel tempo. Lungo le coste di questo mare passava la via della seta, si incrociavano le vie del sale e delle spezie, degli ori e dei profumi. Lungo le strade romane si diffondevano il potere e la civiltà, dal territorio asiatico sono giunti i profeti e le religioni, sul Mediterraneo è stata concepita l’Europa. Il Mediterraneo non è solo storia.”

Si apre così lo spettacolo-narrazione con la voce un po’ roca di Ovadia che dal leggio ci accompagna in questo viaggio onirico e nomade in una notte tiepida di quasi fine agosto all’arena dei Cappuccini di Cesenatico. “Rotte Mediterranee-racconti, musica e canzoni” con Moni Ovadia voce narrante, Giovanni Seneca alla chitarra, composizione ed arrangiamenti, Anissa Gouizi voce, Gabriele Pesaresi contrabbasso e Francesco Savoretti alle percussioni mediterranee.

Respiro l’odore di salsedine che proviene dal porto canale non lontano, mentre le luci si abbassano e partono le note di un’antica melodia forse già ascoltata chissà dove. Sì, chissà dove, forse in Spagna, in Sicilia o nei Balcani…chissà…non è importante dove ma l’emozione che la melodia inaspettata mi trasmette, come una gustosa madeleine a far riaffiorare i ricordi.

La musica non conosce confini come il mare che collega mondi un tempo strettamente legati e che continuano a mantenersi in contatto grazie a chi crede alla cultura come   strumento di comunicazione per il dialogo tra i popoli.

Il Mediterraneo non è solo un luogo geografico ma è un’atmosfera, un paesaggio ed un ponte che unisce le sue sponde. Le musiche ed i canti sono ispirati alle diverse culture del mediterraneo ed al dialogo tra i popoli: partiamo dall’Italia arrivando in Spagna, Nord Africa, Grecia fino ai Balcani ed è chiara la volontà dei protagonisti di aprire finestre, scorci su questo amato/odiato mare fondendo musiche, canti e narrazioni in un’originale concerto teatrale.

Ovadia infine narra di ponti “…i grandi ponti di pietra erosi dal vento e dalle piogge, sgretolati nelle cui giunture e fessure cresce l’erba sottile e dove gli uccelli fanno il loro nido; i ponti di legno all’entrata delle cittadine bosniache le cui travi traballano e risuonano sotto gli zoccoli dei cavalli, i ponti di legno in Svizzera ricoperti da un tetto che li difende dalle nevicate, i ponti della Turchia poggiati lì per caso e protetti dal destino…” ma a cosa servono i ponti se non a soddisfare l’eterno desiderio dell’uomo di collegare, pacificare ed unire ciò che appare di fronte ai nostri occhi? E se tutto ciò che facciamo nella vita ci porta a superare qualcosa allora capiamo che tutto è passaggio, ci troviamo su di un ponte le cui estremità si perdono nell’infinito e la nostra speranza è sull’altra sponda.

Esco soddisfatta dall’arena, tanti gli spunti offerti dalla serata, quando all’improvviso mi viene in mente un altro ponte: quello dell’arcobaleno! Ma questa è un’altra storia che forse non tutti conoscono…

Donatella Arezzini per Agenzia Stampa Italia

 

 

 

*Si ringrazia Michela Giorgini per le foto.

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