(ASI) Nel 2015 i tipi delle Edizioni Mediterranee hanno pubblicato la quarta edizione della Crisi “corretta e con Appendici”, come si può leggere dalla prima pagina. Per introdurre il tutto compare la nota di Gianfranco De Turris; la Crisi fu stampata per la prima volta in Italia nel 1937 presso la Hoepli, la stessa che tre anni prima aveva dato alle stampe “Rivolta  contro il mondo moderno” di Evola.

Ci sono degli spunti della prima opera potenziati nella seconda, e cioè le progressive tappe della caduta, il predominio dell’economia sulla politica, l’onnipotenza della finanza, la decadenza delle religioni organizzate e la necessità di élite per cercare di uscire dalla crisi.

Ma da un punto di vista contenutistico questo saggio è ancora valido ? La crisi è sempre crisi anche se ci si riferisce al 2015 di cui sopra? Proprio perché il punto di partenza è spirituale la risposta è sì, e oltretutto è valida sia per l’Occidente che per l’Oriente.

Tuttavia due sono i fenomeni che sia Guénon che Evola non avevano previsto, vale a dire il peso crescente delle religioni (il fondamentalismo islamico e l’ecumenismo cristiano) e la scienza che va sempre più smaterializzandosi. La preveggenza e allo stesso tempo l’illusione di Guénon era di trovare un appoggio nella Chiesa, la cui storia, però, dimostra il contrario. La conclusione del testo è costituita da tre parole (“Vincit omnia Veritas”), vale a dire le stesse con cui finisce “Rivolta contro il mondo moderno” nell’edizione del 1951.

Le introduzioni evoliane alle precedenti edizioni possono sembrare uguali ma ci sono piccole differenze che, forse, servono a collocare il libro nelle rispettive epoche: in quella del 1937 il Barone pone l’accento sul fatto che i lettori non devono dimenticare che la vera opposizione è fra Occidente moderno e mondo tradizionale, essendo ciò stato suffragato persino da Mussolini nel discorso agli studenti orientali, in quella del 1953 si domanda come mai non si parli mai del Giappone (moderno di fuori e tradizionale di dentro) e infine in quella del 1972 ammette che suddetta opera può servire come introduzione allo studio degli altri libri di Guénon.

Nella prefazione, l’autore parla dell’etimologia della parola “crisi” (giudizio, discriminazione) ma asserisce anche che tutti gli squilibri parziali e transitori condurranno, alla fine, a realizzare un equilibrio totale.

Le dissertazioni vere e proprie di Guénon partono da un principio della dottrina indù: la durata di un ciclo dell’umanità (che si chiama “manvantara”) è di quattro età e noi siamo nella quarta (e cioè il Kali Yuga, l’età oscura). Segue poi l’analisi sull’importanza del VI secolo a. C. per svariati popoli (Cina, Persia, India, gli Ebrei) ma soprattutto per la nascita della Filosofia.

Un ruolo fondamentale è ricoperto dalla nascita del Cristianesimo, il vero punto di partenza della crisi moderna; l’altro grande indizio è stata la parola “umanismo” per la quale tutto deve essere ridotto a proporzioni puramente umane.

Uno dei caratteri particolari del mondo moderno è la scissione fra Occidente e Oriente; ci sono sempre state civiltà distinte ma distinzione non vuol dire opposizione, anzi magari ci possono essere equivalenze. C’è dunque bisogno della restaurazione occidentale: così facendo, l’opposizione con l’Oriente cesserebbe di esistere.

A ulteriore riprova di ciò, di solito si associa l’attività all’Occidente e la contemplazione all’Oriente, ma siccome nessun popolo può essere mai totalmente attivo o totalmente contemplativo allora la soluzione ideale è data dall’armonia dei due caratteri (dunque dall’armonia fra conoscenza e azione).

La scienza moderna, secondo l’Autore, ha perso qualunque valore intellettuale; un esempio di questo è dato dalla chimica moderna, non nata dall’alchimia bensì dalla deformazione della stessa.

L’individualismo, poi, implica la negazione dell’intuizione intellettuale; una volta negata, la prima conseguenza è stata porre la ragione al di sopra di tutto, e la sola conseguenza del razionalismo fu il relativismo.

Guénon si scaglia poi contro l’eguaglianza, che non può esistere in nessun caso per la semplice ragione che è impossibile che due esseri siano davvero diversi o simili sotto ogni punto di vista. L’argomento decisivo contro la democrazia si riduce a una semplice frase: “il superiore non può promanare dall’inferiore perché il più non può trarsi dal meno”, sicché il principio secondo cui la maggioranza detta legge è sbagliato.

Gli Orientali, per l’autore, hanno ragione nel rimproverare alla civiltà occidentale moderna di essere solo materiale; basti pensare alla parte immensa rivestita nelle società contemporanee degli elementi economici e delle “tecnoscienze”. Guénon si pone un’ulteriore domanda: persino fra chi si dichiara cristiano esisteranno ancora persone che conoscono per davvero questa religione?

Come detto in precedenza, il disordine moderno si estende anche in Oriente: addirittura ci sono orientali occidentalizzati ma dal punto di vista politico si proclamano nemici dell’Occidente.

Ad ogni modo, in esso esiste un numero di persone le quali cominciano a prendere coscienza di quel che manca alla loro civiltà, inoltre, come anticipato, nulla mai potrà prevalere in modo definitivo contro la Verità, destinata dunque a vincere.

Il testo in sé è corredato da alcuni testi in appendice, il primo dei quali è una lettera a Evola scritta dallo stesso Guénon di cui compare proprio la versione originale. Seguono le analisi da parte di chi, ai giorni nostri, si è occupato della Crisi.

Secondo Comi, l’autore sbaglia a decretare che l’unico detentore dello spirito tradizionale è l’Oriente (e che quindi l’Occidente ha perso il filo, il senso e la necessità), inoltre far della Tradizione un mito o una religione in sé significa non soltanto averne una percezione soggettiva ma anche ignorarne il significato in termini storici. Per Scarabelli Evola e Guénon, che si confrontarono a più riprese mantenendo un rapporto di stima, sono attenti diagnosti della crisi della modernità costituendo un unicum all’interno della Kulturcrisis; il primo aveva oltretutto preso seriamente il messaggio del secondo e si era impegnato a diffonderlo sotto il Fascismo.

Dall’analisi di Sessa si capisce che Evola aveva già collocato “La Crisi” all’interno della letteratura della crisi, inoltre sia quest’ultima che il pensiero di tradizione ripropongono il ruolo essenziale di mito e rito per la vita.

Nell’ultima appendice documentaria, quella di Ventura, si chiarisce che la nuova edizione della Crisi rappresenta un’occasione ideale per una messa a punto su alcune questioni dibattute da tempo, vale a dire il fondo unico della Tradizione, il sapere tradizionale e la cultura profana, insidiose contraffazioni, i testimoni della fine di un mondo, conoscenza e azione, Oriente e Occidente, il gran rifiuto del cattolicesimo e un ultimo appello alla coesione. La mancanza di essa si vede dalle continue sottolineature delle differenze fra il Barone e Guénon, quando sarebbe più opportuno mettere in risalto le analogie.

G. R. - Agenzia Stampa Italia

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