(ASI) Perugia – Nella giornata di venerdì 15 dicembre si è tenuta a Perugia, presso il Palazzo della Penna, la conferenza “Un dadaista nelle tempeste d’acciaio. Julius Evola e la Grande Guerra”. Relatore dell’evento è stato Andrea Scarabelli, giornalista, scrittore e collaboratore della Fondazione Julius Evola. In conclusione della conferenza, Scarabelli ha rilasciato gentilmente un’intervista ad Agenzia Stampa Italia.

Dottor Scarabelli, ci spiega quale fu la posizione di Julius Evola sulla Prima Guerra Mondiale?

Andrea Scarabelli: «La posizione di Evola nella Prima Guerra Mondiale è quella di cui il filosofo romano parla all’interno de Il Cammino del Cinabro: ovvero quella per cui ebbe a ridire con Filippo Tommaso Marinetti. Evola avrebbe auspicato una posizione diversa dell’Italia, rispetto a quella che poi l’Italia assunse. Il filosofo si ritrovò ad Asiago dopo un breve corso a Torino e all’interno de Il Cammino del Cinabro lui dedica complessivamente quattro o cinque righe a questa esperienza minimizzandola. Salvo poi ritornarci, in varie occasioni, negli anni ‘20 e ‘30 soprattutto in alcuni suoi dipinti, in alcune sue poesie raccolte decenni dopo nella raccolta Raâga Blanda, uscita per Vanni Scheiwiller, e soprattutto in tre articolo pubblicati all’interno dei vari fascicoli di UR e Krur con lo pseudonimo di “Jagla”, in cui dimostra un coinvolgimento più complesso di quello, appunto, minimizzato decenni dopo nella sua autobiografia spirituale.»

Per molti Evola è un “inattuale”. Lei cosa ne pensa al riguardo?

Andrea Scarabelli: «Evola è inattuale perché in un momento in cui l’attualità fa naufragio, bisogna rivolgersi agli inattuali per avere una percezione a 360° di quello che è il nostro presente, di quello che è il nostro momento storico. Evola è inattuale non perché era, come dicono molti, un conservatore o perché viveva tre secoli indietro, ma perché viveva un secolo in avanti. Lui, in tempi non sospetti, ha previsto una serie di fenomeni che si sono realizzati successivamente. E’ inattuale come Friedrich Nietzsche che muore alla vigilia del XX secolo, ma di questo XX secolo rappresenta quello che di solito viene inteso come il “convitato di pietra”: non è un caso che ogni generazione novecentesca abbia interpretato a modo suo Nietzsche, ritornando ossessivamente sulle pagina del Così parlò Zarathustra e analizzandolo ogni volta in base al proprio “dáimōn”, al proprio carattere. Per cui in un’attualità degradante come quella che viviamo noi, lunga vita agli inattuali.»

Quali ritiene siano state le più importanti aspettative di Evola verso il Fascismo e quali le maggiori delusioni?

Andrea Scarabelli: «Franco Volpi, introducendo un’opera di Martin Heidegger, disse che il matrimonio tra gli intellettuali e la politica è sempre un connubio, che il più delle volte finisce in un divorzio. Aldilà delle singole aspettative di Evola, furono in molti a vedere nei vari esperimenti politici della modernità un qualche cosa di più di quello che realizzarono. Furono i così detti “esteti armati”, come li ha chiamati Maurizio Serra. Fratelli separati che perseguendo uno stesso ideale che videro declinarsi vuoi nel Fascismo, vuoi nel Nazionalsocialismo, vuoi nel Comunismo, finirono sostanzialmente in braghe di tela. A mio giudizio dovrebbe farci riflettere il fatto che quando sono venuti a cadere questi vari regimi, ripeto a prescindere dal colore politico, gli unici ad aver pagato sono stati gli intellettuali e gli artisti. Mentre invece una serie di personaggi politici, dotati di un singolarissimo camaleontismo, sono subito saltati sul carro dei vincitori. Credo che questo ruolo dell’arte e della filosofia dovrebbe farci molto riflettere sul concetto di responsabilità, che spetta non solo all’artista e al filosofo ma a tutti noi.»

Che giudizio può darci sull’esperienza evoliana nel Gruppo di UR?

Andrea Scarabelli: «Come è emerso durante la conferenza, da un lato parlare del Gruppo di UR è un conto, parlare della rivista UR e poi Krur è un altro. Per quanto attiene alla rivista, che secondo una mia inclinazione personale interessa di più, essa ci dice di un Evola che fu capace di tenere insieme, in un modo assolutamente “laico”, il meglio dell’eterogeneo panorama esoterico di allora. Fu la prima e l’ultima volta in cui tutte queste correnti dialogarono tra loro e si espressero sulle colonne dello stesso giornale. Dopo di che sparirono nell’ombra, complice ovviamente anche i concordati del 1929, anno in cui si chiude il Gruppo di UR. Ma Evola comunque non vuole rimanere in silenzio e infatti l’anno dopo esordisce con l’esperienza della rivista La Torre che durerà un anno, con poco più di una decina di numeri, e poi la pagina culturale Diorama Filosofico sulle colonne del quotidiano di Roberto Farinacci.»

Un’ultima domanda, qual è l’opera di Julius Evola che preferisce di più?

Andrea Scarabelli: «In realtà mi è impossibile rispondere a questa domanda. Anche perché, come sostengo e ho sempre sostenuto, Evola ha una visione del mondo solida a cui si giunge attraverso vari domini. Per cui, facendo un esempio, chi leggesse le opere dedicate all’arte d’avanguardia, per cui non solo gli scritti teorici ma anche il saggio sul significato dell’arte modernissima che sta in appendice ai Saggi sull’Idealismo Magico, troverebbe la stessa visione che compare in opere come Metafisica del sesso o Cavalcare la Tigre o Gli Uomini e le Rovine. Si tratta sempre, appunto, di una visione del mondo che ci dice che anche nel buio dei tempi in cui viviamo, anche nella modernità più spinta, per chi sappia adottare un atteggiamento diverso, un atteggiamento che Evola avrebbe detto “differenziato” che potremmo definire alternativo, ebbene anche chi sappia compiere questo cambiamento di cuore, questo cambiamento di pensiero, può trovare una scintilla di luce anche nell’ora più buia.»

Federico Pulcinelli – Agenzia Stampa Italia

 

 

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