di Simona M. Frigerio

(ASI) Genova - Quando la poesia incontra l’etica. Una visione della polis e del teatro, che quella polis rispecchia, declinata in 101 movimenti da Marco Martinelli, tra i fondatori di Teatro delle Albe, regista e drammaturgo di rara coerenza.                                                                     Questa la proposta del Festival organizzato da Teatro Akropolis, al termine della giornata del 13 aprile, che si era aperta con la prima parte del Convegno dedicato al filosofo e storico della filosofia, Giorgio Colli.
Villa Durazzo Bombrini fa da scenario naturale, con la sua bellezza insieme frivola e decadente, alle parole di Martinelli, che legge le pagine del suo decalogo in 101 punti dedicato non solamente a una visione del teatro e del fare teatro profondamente etica, ma anche alla sua personale visione del mondo. Al suo essere persona prima che teatrante e teatrante proprio in funzione di un particolare modo di sentire l’impegno verso questa nostra società che, come è sempre avvenuto, non può che riconoscersi in quello che accade sul palcoscenico (della vita/del teatro).
Un cerchio che si allarga a spirale e che racconta di una città utopica ma realistica, in quanto realizzabile attraverso l’impegno di tutti e di ognuno. Un luogo (in un universo di non-luoghi) dove riunirsi e confrontarsi, dove spettatore e attore, ma anche regista e organizzatore, critico e maschera, tecnico e drammaturgo, danno vita a un incontro, che solo può generale il dialogo e che, solo, può dare origine a un cambiamento - all’interno, ma soprattutto all’esterno del teatro. Un teatro che non è spettacolo e tanto meno prodotto e che, se per Bene doveva sollecitare “crimini, delitti e sabotaggi”, per Martinelli dovrebbe risvegliare il nostro sentire più autentico, il nostro impegno rivoluzionario (dove entrambi i termini hanno eguale forza e incisività).
Un cerchio, un nocciolo, un palco dove avviene l’incontro tra attore e spettatore, che si allarga a spirale fino a includere l’intera società in un connubio di arte e vita che non scivola verso il côté decadente ma, al contrario, vola verso le vette dell’essere presenti a se stessi, centrati e pronti all’agire - qui e ora.
Un decalogo che è anche un excursus storico, un’ironica rimessa in discussione di dis-valori, un ammonimento affettuoso, un atto d’amore verso il teatro. E, nell’ultimo movimento, un atto d’amore verso una compagna di vita e artistica, un commiato affettuoso, un arrendersi al semplice gesto.

Simona M. Frigerio per Agenzia Stampa Italia

Foto di Giampiero Corelli.

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