(ASI) San Gimignano. Fino al 15 gennaio, Galleria Continua propone due personali, firmate dall’artista ucraina Zhanna Kadyrova (che ha esposto, tra l’altro, allo Georges Pompidou di Parigi e alla LVI Biennale di Venezia); e dal kosovaro Sislej Xhafa (al quale il MAXXI di Roma ha dedicato, recentemente, un’ampia retrospettiva).


Due artisti molto diversi tra loro, Kadyrova e Xhafa, accomunati però da una visione politica dell’arte e dall’attenzione verso il presente e le sue tematiche. Il secondo, ormai cittadino del mondo (ha studiato e vissuto in Italia prima di trasferirsi definitivamente a New York); la prima, residente a Kiev, dove vive l’involuzione del proprio Paese, alle prese con una furia talebana che sta distruggendo monumenti e simboli del passato sovietico, ivi compresi i celebri mosaici che decoravano e impreziosivano la capitale.
Kadyrova, per questa personale, ha deciso di costruire due percorsi paralleli, partendo dall’esigenza di tradurre in immagini un proverbio russo “мой дом мои крепость”, ossia “la mia casa è la mia fortezza (o il mio castello)”, attraverso la riproduzione - in cemento e gesso - di una serie di edifici popolari italiani, e - in vetro acrilico e stampa - di esterni e interni di abitazioni ucraine.
Interessanti queste ultime soprattutto perché, grazie al materiale trasparente di cui sono fatti i cubi sui quali è stampato l’interno e l’esterno delle abitazioni (come da foto, Yours/Mine, 2016), permettono di sbirciare con gusto voyeuristico nell’intimità dell’altro da sé. E, nel contempo, se si entra nella seconda sala, la costruzione simil Lego composta da questi mattoncini di vetro acrilico stampati, posizionata tra due stanze attigue, consente al visitatore di immedesimarsi in un interno borghese e, guardando con gli occhi del padrone di casa fuori dalla finestra, osservare ciò che accade a Kiev. La città, che campeggia in una stampa sulla parete di fronte (Experiments, 2014), è in parte distrutta da quella che sembra un’esplosione atomica (realizzata da Kadyrova con l’uso di acidi). D’un tratto, la mente afferra ricordi e brandelli di storia, e ci si ritrova catapultati di fronte all’orrore di Hiroshima o Nagasaki.
La personale realizzata per Continua da Sisley Xhafa mette in luce il talento registico dell’artista. Il suo montaggio dialettico, simile a quello inventato da Eisenstein, giustappone due immagini compiute, per creare una visione che è sintesi intellettuale delle stesse.
Basti citare Whisper Harmony (2016), installazione composta da bagni mobili portatili con antenne e paraboliche infilzate sui tetti degli stessi. I rimandi che si affastellano alla mente sono molteplici, dall’inquinamento massmediatico al quale siamo sottoposti alla tv spazzatura, dalla strategia della distrazione alla Noam Chomsky - che causa una carenza di attenzione verso le informazioni significative - alla volatilità dell’immaginario collettivo. Un altro esempio è Nature and bag (2016), dove la valigia legata con un pezzo di spago grossolano a tre rami d’albero rimanda a immagini di abbandono, migrazione, nostalgia verso i luoghi lasciati - ma che ci legano tuttora a sé - e, nel contempo, desiderio forse di un ritorno a un modello di vita più naturale.
In Xhafa anche i richiami all’arte del Novecento italiano sono molto forti e ben fusi nella sua poetica, come dimostrano i tagli alla Fontana che caratterizzano Fireworks in my Closet (2016) ma che, nelle luci che filtrano, si riallacciano anche ai lavori di altri artisti contemporanei, come il thailandese Kamol Tassananchalee.
Molto suggestivo il posizionamento di un rettangolo che dovrebbe essere uno schermo cinematografico, nei giardini della Galleria, oltre il quale si ammira il panorama toscano (Cinema Aperto Palestina, 2016). Anche qui i rimandi si moltiplicano, da quelli evidenziati dal titolo (con il contrasto tra la campagna italiana, bucolica, e il lager a cielo aperto della Striscia di Gaza) a quelli poetici di chi pensa alla bellezza delle scenografie naturali del Teatro di Taormina o di quello del Vittoriale - a Gardone Riviera.
E infine, sul tema della migrazione (molto sentito dall’artista kosovaro), da notare la serie Concetto in Exile (2016, qui in foto), dove Xhafa decide di puntare l’attenzione sui teloni dei camion, mezzi che spesso sono utilizzati dai migranti. E siccome l’arte figurativa non è mai tanto distante da quella performativa, quest’estate a Kilowatt Festival ha debuttato Kamyon, spettacolo esperienziale di Michael De Cock (direttore del Teatro Reale Fiammingo di Bruxelles), che pone una quarantina di spettatori nel cassone coperto di un autocarro per condividere l’esperienza di una ragazza in viaggio verso un futuro - che spera migliore.
Le esposizioni, ovviamente gratuite, rimarranno aperte fino a domenica 15 gennaio, tutti i giorni dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 19.00.

Simona Maria Frigerio

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