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(ASI) Il rischio di ictus e infarto del miocardio nei pazienti diabetici si riduce tenendo sotto controllo la pressione arteriosa. La soglia da non oltrepassare è quella dei 130 mmHg di pressione massima (definita sistolica in termini scientifici).

 

E’ questo il risultato di uno studio ad ampio spettro illustrato dal Dottor Gianpaolo Reboldi, ricercatore della Struttura Complessa di Medicina Interna e Scienze Endocrine e Metaboliche dell’Ospedale S.Maria della Misericordia di Perugia, al recente Congresso della Società Europea dell’Ipertensione, tenuto a Milano.

La ricerca ha riguardato i dati di ben 74.000 pazienti, seguiti in più di 30 studi clinici condotti in tutto il mondo, ed è stata coordinata dallo stesso Dottor Gianpaolo Reboldi e dal Dottor Paolo Verdecchia. Alla base della ricerca, la collaborazione tra ricercatori e clinici dell’Università ed Azienda Ospedaliera di Perugia, dell’Ospedale di Assisi e dell’Università di Milano-Bicocca.

Gli esiti dello studio confermano quanto da molti clinici sostenuto da anni, e cioè che il contenimento della pressione arteriosa massima nei pazienti diabetici è un efficace fattore di riduzione del rischio di incorrere in infarto o in ictus.

Tuttavia, in contrapposizione a questa diffusa opinione, negli ultimi anni, le linee guida di varie Società scientifiche avevano invece sostenuto che una eccessiva riduzione della pressione arteriosa potesse provocare un effetto negativo, con ciò negando la reale efficacia preventiva del controllo della pressione.

Ora, i risultati della ricerca condotta dal dr. Reboldi, pubblicati sul Journal of Hypertesion, la più prestigiosa rivista Europea nel campo dell’Ipertensione, per l’ampiezza dei casi esaminati e l’autorevolezza dei ricercatori, “segna un punto a favore della prima tesi”, come sostiene il Prof. Giuseppe Ambrosio, Direttore Sanitario dell’Azienda Ospedaliera di Perugia e co-autore della ricerca, protrattasi per oltre un anno e mezzo.

“Mantenere la pressione al disotto dei 130, riferisce Ambrosio, significa ridurre il rischio di infarto del 13% e quello di ictus del 30%”. Risultati che, come precisa lo stesso Ambrosio, sono, peraltro, in piena sintonia con “quanto dimostrato dagli stessi ricercatori di Perugia negli ipertesi non affetti da diabete (studio Cardio-Sis) e recentemente pubblicato sulla rivista The Lancet”.

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