(ASI) E’ doveroso fare qualche considerazione sulla querelle della Vibonese, la società calabrese che, con ricorsi e sentenze, ha tenuto banco tutta l’estate. Perché le questioni che adesso vedremo non riguardano solo il club rossoblù, interessano tutto il mondo dello sport, perché non vi è alcun dubbio che la conclusione sportiva della vicenda Vibonese, ora al Tar del Lazio, ma con sviluppi civilistici e penali, lascia non solo l’amaro in bocca, ma insinua molti e seri dubbi, lascia ombre imbarazzanti sulla credibilità e sulla serietà di chi gestisce il mondo del calcio, nelle sue varie e molteplici articolazioni.


Riepiloghiamo brevemente, a beneficio di chi non conosce questa storia, a tratti incomprensibile e nebulosa, già definita - non c’è altra parola - Kafkiana.
La Vibonese calcio, alla fine della scorsa stagione 2016/2017, dopo aver perso i playout di Lega Pro (fino all’anno scorso si chiamava così l’attuale serie C) è stata retrocessa in serie D. Il presidente della società calabrese, Pippo Caffo, insieme con tutti i dirigenti e i tifosi, ha ritenuto illegittima, oltre che ingiusta, questa retrocessione, perché il Messina, che non era in regola con i pagamenti, doveva essere escluso dal campionato se i controlli della Covisoc (la commissione di vigilanza sulle società del calcio professionistico) fossero stati - come dovevano essere - rigorosi e tempestivi. Se il Messina fosse stato penalizzato, come doveva, la Vibonese si sarebbe salvata. Nonostante due ricorsi fatti, rispettivamente dalla Procura della Figc e dalla Vibonese, non si è riusciti a mettere in evidenza e far valere questa situazione palesemente irregolare del Messina. Il Tribunale Federale nazionale che era stato chiamato a decidere ha risposto che non aveva trovato - questa la sconcertante motivazione dei giudici - “gli elementi per dire con certezza che la polizza sottoscritta il 31 gennaio 2017 non era stata pagata”. Una motivazione incomprensibile e lacunosa sotto diversi profili, logici e giuridici. Non può esistere l’incertezza nei pagamenti: o ci sono o non ci sono. Intanto arriva il momento in cui bisogna fare l’iscrizione al nuovo campionato 2017/2018, ma il Messina, con una situazione finanziaria difficile, è costretto a rinunciare alla serie C, e si è iscritto al campionato dilettanti di serie D. Per la Vibonese, uscito di scena il Messina, dovrebbe essere tutto più facile e soprattutto più semplice ottenere il reintegro lungamente richiesto. Infatti lo decide la Corte Federale d’Appello della Figc che accoglie il ricorso della società calabrese e modifica la classifica finale del precedente campionato di Lega Pro, retrocedendo il Messina all’ultimo posto, salva la Vibonese e ordina la riammissione del club calabrese in serie C. Esultano i tifosi, sembra fatta, ma c’è un colpo di scena del tutto imprevedibile. C’è, singolare e sorprendente, un ricorso congiunto, contro la decisione della Corte d’Appello Federale, di Carlo Tavecchio, presidente della Figc e di Gabriele Gravina, presidente della Lega al Collegio di Garanzia del Coni. Questo non era, non poteva essere, come ha scritto qualche azzeccagarbugli da strapazzo nel grottesco tentativo di salvare l’operato e la faccia di Tavecchio e Gravina, un atto dovuto. E’ stato, invece, al contrario, una grave anomalia, perché vuol dire, di fatto, che Tavecchio e Gravina non hanno accettato e condiviso l’operato della Corte Federale d’Appello, minando la credibilità e l’autorevolezza che si deve alla Corte che è - si badi bene perché non è affatto un dettaglio - l’organo giudicante della stessa Figc, il quale deve godere - lo prevede espressamente lo stesso statuto federale – di “indipendenza, autonomia, terzietà e riservatezza”. Un clamoroso errore, una pesante intromissione nell’operato della giustizia sportiva, altro che atto dovuto. Questo non solo è stata una decisione sbagliata e infelice, ma - come ho già avuto modi di scrivere - doveva essere del tutto improponibile, perché né la Figc né la Lega avevano interessi legittimi da tutelare, tantomeno i loro rispettivi presidenti. Ma il Collegio di Garanzia del Coni, invece di respingere, perché chiaramente inaccettabile, il ricorso di Tavecchio e Gravina, lo ha accolto e con un provvedimento ambiguo ha annullato la decisione dell’Alta Corte (cioè il reintegro della Vibonese in serie C) e ha rinviato gli atti e la questione al Tribunale Federale nazionale, in pratica, a ricominciare d’accapo, in un gioco dell’oca perverso, vessatorio e intollerabile. Perché lo ha fatto? Non si sa. Le motivazione tardano ad arrivare (una volta, addirittura, sono arrivate dopo 11 mesi!) ma la Vibonese, come si capisce facilmente, non può aspettare ancora. Perché i campionati corrono. Domenica prossima, 1° ottobre, in serie C si gioca già la sesta giornata, mentre la Vibonese ha giocato, per la prima volta nel campionato di serie D, domenica scorsa, affrontando per la quarta giornata il Portici (per la cronaca 2-0) mentre le altre tre precedenti partite risultano sospese. Un pasticcio incredibile: Tavecchio e Gravina non potevano fare qualcosa di più ingarbugliato. Vista la situazione è stato gioco forza, come estrema ratio, proporre ricorso al Tar del Lazio. Cosa che hanno già fatto, su delega del presidente Pippo Caffo, gli avvocati Gabriele e Pierpaolo Caciotti. Per “violazione e falsa applicazione di legge, ingiustizia manifesta, disparità di trattamento, eccesso di potere per travisamento dei fatti e il ne bis in idem, vale a dire che non è possibile trattare due volte il medesima fatto, i legali hanno chiesto ai giudici amministrativi la riforma della sentenza impugnata. Il ricorso, respinta l’istanza cautelare, sarà esaminato il 3 ottobre prossimo in camera di consiglio. La Vibonese domenica prossima 1° ottobre giocherà, intanto ancora in serie D, ad Acireale, sperando in una decisione dei giudici amministrativi per consentire alla squadra calabrese di competere, da subito, nel campionato di serie C. C’è, a tale proposito, un precedente di qualche anno fa con la Paganese.
Nel ricorso è stato altresì fatto rilevare che la società rossoblù ha già subito notevoli danni morali e materiali, per i mancati incassi, le sponsorizzazioni e i diritti televisivi, mentre da un attento esame appare altresì inevitabile il ricorso alla Procura della Repubblica perché valuti se i comportamenti di alcuni soggetti, intervenuti nella querelle, possano essere considerati reati perseguibili penalmente.
Fortunato Vinci – Agenzia Stampa Italia

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