(ASI) “Il maestro a Chartres”, Bernardo, il filosofo, nel XII sec., in un frammento lasciato ai poster avrebbe scritto: “Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti”.

In uno scorcio di letteratura romanza, destinata ad accrescersi e che produceva un incontro costruttivo fra gli antichi, i latini, gli “auctores” – i giganti – e i moderni cioè i nani, anche se questi ne avrebbero avuto maggiore consapevolezza nell’umanesimo, si poneva delle figure di mezzo: i clerici vagantes. Questi, nuovi operatori culturali che si muovevano a livello popolare, diffondevano il genere delle narrazioni in volgare, traducendo molti testi dal latino e creando una confluenza tra lingue romanze, ad esempio il veneto con il francese. Non solo la Toscana dunque, anche da qui, passa, inevitabilmente, la nascita dell’italiano, soprattutto dal contesto veronese, in cui fu ritrovato il famigerato “indovinello”, il primo scritto in lingua nazionale. Sulla scia della querelle fra intellettuali e nuovi divulgatori di cultura, sarebbe sorta quella, perenne, fra Clivensi e Scaligeri. E così accanto alla tragedia di Romeo e Giulietta, all’interpretazione Zeffirelliana della contesa tra Montecchi e Capuleti, a rappresentare Verona ci sarebbero state anche le tifoserie sostenitrici del Chievo-Verona ed Hellas. Dentro la cornice del derby della Scala, culla dell’italianità, infatti, si sarebbero incontrati individui di diversa estrazione sociale: i bentegodini di quartiere e gli aristocratici a sostegno del Verona. Caino contro Abele. Real contro Atletico Madrid, Flamengo contro Corinthias. Ricchi contro poveri. Tuttavia non sempre la dialettica della storia si ripete e alle volte offre opportunità di riscatto, anche con qualche “aiutino”.

Note societarie a parte. In questi giorni è stato rettificato il principio di “improcedibilità” con il quale era stato chiuso il processo al Chievo per plusvalenze fittizie e dunque i gialloblù sono ancora appesi ad un filo. Ciò nonostante si innalza la voce legata ai ricordi di un derby e ad un futuro imminente.

Dal 2008 a oggi, il Chievo di Campedelli milita in serie A. Inversamente il Verona no, e la storia recente parla di cocenti retrocessioni dalla massima serie. Certamente, gli scaligeri rappresentano uno dei club più antichi d’Italia, nato dopo sei anni dall’atto di fondazione della Juventus. Inoltre, l’Hellas vanta anche un maggior numero di presenze allo stadio - 20.456 nella stagione 1996/1997. Un numero destinato ad aumentare tra il 2013 ed il 2014. Parimenti, il Chievo, invece, proprio nella stagione della promozione non superò i 13.352 spettatori e negli ultimi anni si è mantenuto con una cifra stazionaria agli undici mila. Dati scientificamente provati se pensiamo al campo del Bentegodi come una cattedrale nel deserto, ogni qualvolta va in scena un match dei clivensi. Vero che nella stagione appena trascorsa il numero degli spettatori negli stadi italiani è aumentato – rispetto alla stagione 2016/2017 – ma lo è altrettanto se pensiamo che solamente pochi stadi come l’Olimpico e San Siro godono di questo privilegio. In più, attualmente, i campionati più seguiti, come da retorica, sono altri, ma il dato di media che sconvolge è che persino in Messico e in India, gli stadi sono maggiormente gremiti rispetto al caso italiano. Tuttavia a partire dal nuovo campionato che prenderà vita il 18 agosto, il trend nazionale, potrebbe mutare seriamente in positivo con l’arrivo di Cristiano Ronaldo, che in soli due giorni ha fatto registrare, per la prima volta, il tutto esaurito al Bentegodi. Un’altra rivincita per il Chievo sull’Hellas.

Tutti sulle spalle del nuovo “gigante”. Un marchio, un’immagine o quello che gli inglesi chiamano “Brand”. CR7 approdato alla Juventus ha prodotto una vera e propria rivoluzione. Il club bianconero posizionato fra le prime dieci società al mondo in termini di fatturato ha conquistato il cuore del portoghese e a sua volta ha sovvertito gli equilibri di una piazza, come Torino, da sempre fredda ai facili entusiasmi rispetto Napoli e Roma. In fondo la Vecchia Signora e l’attaccante ex Real si sono trovati perché visionari nell’anima da sempre. L’operazione, a tratti diversa da quella che ha portato Neymar al Psg, li furono spesi circa 500 milioni – fra procuratore, ingaggio del giocatore e cartellino – oltre a far acquisire nuovamente visibilità al campionato italiano, fra diritti tv e merchandising, potrà creare un effetto domino in tutti gli stadi, a cominciare proprio dall’esempio fornito da Verona. La ricerca delle nostre origini, nello stesso luogo, e legate indissolubilmente anche al calcio di un tempo, sembra non essersi mai fermata.

 

Elisa Lo Piccolo - Agenzia Stampa Italia

 

 

 

 

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