(ASI) Padova - A 71 anni dalla cosiddetta liberazione si possono tracciare delle piccole linee guida per poter analizzare meglio una “festività” che da sempre esercita una sorta di mito fondativo della nostra Repubblica. La riflessione storico – storiografica si può fare con mente più lucida ed aperta, essendo distanti temporalmente dagli eventi in questione.

In primo luogo, e questo è un processo che è durato moltissimo tempo prima di aver ottenuto il giusto riconoscimento, dal 1943 al 1945 (e purtroppo ben oltre il 25 aprile, e ben oltre il ’45 stesso) si è combattuta una sanguinosa guerra civile, con due parti belligeranti: la Repubblica Sociale Italiana, alleata della Germania Nazista contro il Regno del Sud, partner degli angloamericani. Le parti in causa hanno visto combattere italiani contro italiani. Si può discutere molto sull’autonomia dei due Stati. Entrambi hanno cercato di dotarsi di un parlamento, di alcuni deputati, di un sovrano o Presidente della Repubblica, di uno o più partiti. Hanno voluto (seppur nel limite del possibile) cercare un’autonomia o politica autonoma, effettuando numerosi “bracci di ferro” con i rispettivi governi “alleati”.

La Repubblica Sociale Italiana combatteva l’invasione del territorio nazionale dagli angloamericani. D’altronde, la guerra era iniziata con l’Italia contrapposta a Francia, Gran Bretagna e successivamente Stati Uniti d’America, e non contro la Germania nazista. Il nuovo governo Badoglio, sorto dopo l’arresto di Mussolini (e decretante la caduta del fascismo) ha imposto un rovesciamento di alleanze e quindi di fronti, creando una frattura tra nord e sud del Paese. I tedeschi, vistisi traditi, hanno invaso il territorio nazionale, e si può dire che il Regno del Sud e il movimento partigiano (resistenziale, composto da vari gruppi, ma con a guida il partito comunista) resisteva contro la Germania nazista alleata alle forze della neonata Repubblica Sociale Italiana. Questo è stato un contesto di piena, pura e durissima guerra civile, alimentata da fazioni che utilizzavano l’atto terroristico come metodo belligerante, provocando la reazione degli eserciti in campo, che non esitavano ad effettuare rappresaglie.

In secondo luogo, la cosiddetta parte vincitrice, cioè la resistenza partigiana, ha voluto imporsi come “vincitrice della guerra”, non riconoscendo alcuna dignità né riconoscimento giuridico al nemico fascista. Difatti, la Repubblica Italiana trova la sua continuità nel Regno del Sud, disconoscendo la Repubblica Sociale, accusandone tutti i suoi membri, nel dopoguerra, di collaborazionismo col nemico. La giurisprudenza uscita dalle ceneri del conflitto ha visto assegnare pene pesanti, e le ultime condanne a morte (1947, Governo De Gasperi) ai membri della RSI. Eppure, i soldati di Mussolini, si sono arresi con l’onore delle armi il 29 aprile del 1945 a Caserta. I combattenti indossavano uniforme e gradi regolari, pertanto erano soldati, e non combattenti irregolari come i resistenti. Negare che vi fosse questa parte in causa, è del tutto antistorico, se non incomprensibile per raccontare la storia ai posteri.

In terzo luogo, la resistenza ha auto-decretato una sua moralità (1). Non riuscendo a spiegare perché migliaia di giovani, dopo l’8 settembre hanno scelto di arruolarsi in massa nelle fila della Repubblica Sociale ed alcuni nelle forze armate tedesche, si è voluto diffondere il mito che i partigiani combattevano per la libertà e la democrazia, i repubblichini per le camere a gas. Quei ragazzi che non avevano nemmeno 20 anni, al pari dei colleghi che hanno scelto la strada della montagna nella resistenza, non avevano idea di cosa fosse il sistema concentrazionario nazista, né tantomeno conoscevano le stragi che avevano potuto fare i tedeschi (o anche gli angloamericani). Imbevuti di un fortissimo ideale patriottico, identificando la Patria con il fascismo e avendo visto e non accettato una sconfitta colossale, hanno scelto di combattere una sfida perduta in partenza, con l’entusiasmo, la voglia e il pensiero che solo i diciotto – ventenni sanno offrire. Questo è il vero motivo dell’arruolamento di massa nelle caserme della RSI, dove i ragazzi cresciuti sotto il culto del littorio della personalità di Mussolini non volevano accettare di aver perso una guida, e conseguentemente una guerra. Se questo significa aver combattuto “dalla parte sbagliata”, come si è sentito dire sinora, bisognerebbe mettere in discussione “il cervello” di quei ragazzi. Costoro hanno dichiarato di aver scelto l’onore, ossia di combattere una guerra sempre dalla stessa parte (e senza giri di valzer) e se persa, almeno sia fatto con le armi in pugno di fronte ad un nemico più forte e preparato.

E se anche fosse vero che la resistenza è portatrice in sé di moralità, bisogna interrogarsi sui concetti stessi di questa parola. Dov’è la moralità nell’ammazzare un filosofo alla porta della sua abitazione, solamente perché rappresentava un ostacolo futuro alla diffusione di un’unica cultura? Oltretutto, quel Giovanni Gentile che aveva appena pronunciato il discorso della pacificazione nazionale, e non della divisione degli italiani in fazioni. Dov’è la moralità nel provocare i soldati tedeschi, fuggire, lasciando che la popolazione locale venisse massacrata o torturata, come nel caso delle Fosse Ardeatine? Come se non bastasse, la resistenza avrà anche combattuto la dittatura, ma ha abbandonato il Confine Orientale Italiano, cedendolo con le sue politiche alle grinfie del (non) alleato comunista Josip Broz Tito. Temporalmente infatti, il 25 aprile indica la liberazione di Milano, ma Tito entrava (da conquistatore) in Trieste l’8 maggio del 1945, terrorizzando la Venezia Giulia e divenendo il futuro padrone di Dalmazia ed Istria.

Il mio intento non è tanto portare avanti una politica di revisione storica, al massimo, di fornire qualche spunto di riflessione per una migliore interpretazione degli avvenimenti della storia più recente. A distanza di settantun anni dagli eventi, per una corretta pacificazione nazionale, sarebbe positivo, nonché logico che entrambe le parti in causa si incontrassero e si scusassero a vicenda. Per riscrivere un nuovo capitolo della storia d’Italia, generazionale, e dare l’esempio alle generazioni future, sarebbe splendido che entrambe le parti avessero le tombe per piangere i rispettivi caduti, e non solo una. Così come ideale sarebbe sapere che i nostri nonni o bisnonni, genitori al massimo, hanno combattuto, ma non da posizioni giuste o sbagliate, semplicemente, da una parte. Poiché chi ha combattuto nella Selva di Tarnova contro Tito, difendendo fino all’ultimo Gorizia, deve avere la stessa stima di chi ha combattuto per quella libertà che mi consente di scrivere quest’articolo.

Se questa pacificazione ci fosse, capiremmo tutti che la soluzione ai tremendi guai che l’Italia attuale sta passando, non è la fuga dal Paese, bensì il ritorno o la permanenza per cambiare le cose, come fecero i combattenti di entrambi gli schieramenti. La costituzione, la ricostruzione, il miracolo economico sono stati possibili grazie a tutti gli italiani che non fuggendo, hanno ridato luce e forza al Paese.

Valentino Quintana per Agenzia Stampa Italia

   
  1. Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Pavone Claudio, Einaudi 1991.

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