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Politica Nazionale

Appunti sulla violenza giovanile, sul nichilismo e sul fallimento degli adulti

Di Raffaele Iannuzzi 28 Ottobre 2026 – 07:06 7 min di lettura

(ASI) C’è qualcosa di colpevolmente ipocrita nel nostro stupore davanti ai disordini dei giovani a Milano. Ci stupiamo delle bande di teppisti e ladri che occupano le strade come se fossero territori da conquistare e stuprare, dei volti adolescenti che si fanno duri davanti a una telecamera. La società dello spettacolo nasce come profezia che si autoavvera.

 

Ipocriti non si nasce, si diventa

C’è qualcosa di colpevolmente ipocrita nel nostro stupore davanti ai disordini dei giovani a Milano. Ci stupiamo delle bande di teppisti e ladri che occupano le strade come se fossero territori da conquistare e stuprare, dei volti adolescenti che si fanno duri davanti a una telecamera. La società dello spettacolo nasce come profezia che si autoavvera. Ci stupiamo, soprattutto, della loro apparente assenza di paura, della facilità con cui sembrano passare dalla noia alla violenza, dalla provocazione alla distruzione. La civiltà del narcisismo muove i suoi passi speditamente verso l’anomia, l’assenza di regole e limiti, mentre nelle famiglie neoborghesi nichiliste si programma il prossimo weekend in Versilia.

Ma allora perché ci stupiamo?

Questi ragazzi non sono piovuti da un altro pianeta. Non sono una popolazione straniera approdata improvvisamente nelle nostre città, portando con sé un male incomprensibile. Sono figli del nostro tempo, cresciuti dentro le nostre case, le nostre scuole, i nostri quartieri, le nostre immagini. Sono, nel bene e nel male, il prodotto di una società che oggi finge di non riconoscerli. Oppure che li blandisce, negando la dialettica nuda e cruda che le differenze generazionali devono articolare per creare rigorose novità di vita.

La domanda, dunque, non dovrebbe essere soltanto perché alcuni giovani distruggono, aggrediscono, umiliano. La domanda dovrebbe essere: che cosa è rimasto da desiderare in una società che ha insegnato a desiderare tutto? Lo psicanalista Lacan, recuperando la figura cattolica del peccato originale, rilancia il desiderio contro ogni moralismo, sapendo che l’etica senza godimento, nel senso agostiniano, è morte certa dell’anima. Ma il godimento agostiniano è la ricerca di Dio e del significato ultimo della vita. Non la razzia dei negozi di lusso milanesi a caccia di scarpe firmate e capi d’abbigliamento consigliati dai rapper di riferimento. Questi ultimi sono figli della stessa anomia, ma con questa ci fanno i soldi alle spalle dei minori della società, i piccoli frustrati per non avere ciò che non possono avere.

Milano è il luogo simbolico di questa contraddizione tra desiderio e godimento come motore dell’anima. Città del denaro, della moda, della velocità, dell'ambizione, della continua esposizione di sé. Una città che promette a tutti la possibilità di diventare qualcuno, purché si possiedano i segni giusti del successo: l'abito, il corpo, il telefono, il denaro, la visibilità. Ma è vero, oggi? Una parte della città vive con la ricchezza global, un’altra parte, sempre più ampia, è fatta di miseria e scarsa nobiltà, perché rattrappita dalla sopravvivenza. Quando qualcuno fa retorica sulla democrazia, si ricordi di Milano e pensi alla nuova macchina mondiale che inscrive anche la liberal-democrazia, con trattino o senza, nella rubrica dei protocolli da scrivere e addomesticare.

E allora che cosa succede a chi resta fuori?

Il rischio è che l'esclusione si trasformi in disprezzo, il disprezzo in risentimento, il risentimento in violenza. Ma ciò non riguarda i devastatori minorenni di Milano. Appartiene al cuore ferito di chi cerca di sfangare la vita nel fango quotidiano. Il rovesciamento del teorema sociologico di Tocqueville. Il nobile francese, viaggiatore nelle lontane terre d’America, affermava che la rivoluzione è opera dei ricchi, delle élites, i poveri sono troppo occupati a portare il pane sulla tavola. Per questi si apre lo spazio della rivolta per la tassa sul macinato, che conduce ai cannoni di Bava Beccaris.

Ma oggi tutto si rovescia: i ricchi minorenni sfasciano i negozi e fanno le rivolte pilotate, con il passamontagna calato e la giustificazione di tutti, dai sindacati di sinistra alla sinistra più stolida e nichilista d’Europa, fino ai Vescovi, incluso quello di Milano.

Ancora una volta il nichilismo

Il problema è radicale e inevitabile: si chiama nichilismo. È il nichilismo.

Non il nichilismo dei libri, non quello elegante dei filosofi che discutono della morte di Dio nelle biblioteche. È un nichilismo quotidiano, inconsapevole, spesso rumoroso: la convinzione che niente abbia davvero valore, che niente meriti rispetto, che tutto possa essere consumato, esibito, sostituito. Il nichilismo di chi non crede più nella possibilità di costruire qualcosa, ma conosce perfettamente il valore di un marchio; di chi non riconosce l'autorità morale di un adulto, ma cerca disperatamente l'approvazione di cento sconosciuti sullo schermo.

Se non c'è niente per cui sacrificarsi, ogni gesto diventa equivalente a un altro.

Anche distruggere, in questa prospettiva, può sembrare una forma di libertà.

Ma è una libertà che non libera. È una ribellione che finisce per assomigliare perfettamente al mondo contro cui pretende di ribellarsi. Sostiene perfettamente il “Sistema”. Youssef Souhir e la moglie non sono emarginati, ma vengono definiti “intellettuali”, perfino influenti.

Del resto, i minorenni e molti adolescenti rabbiosi e nichilisti sono musulmani di seconda generazione. La Francia viene distrutta da quelli di quarta generazione. Ci arriveremo anche noi?

E gli adulti? Gli adulti osservano indignati, come se fossero estranei alla scena. Spieghiamo meglio: le famiglie che trattano i figli come vacche sacre e negano ogni senso di responsabilità per loro e per i loro rampolli. Ci sono genitori – ho visto anche questo – che chiedono, anche in pubblico, allo psicologo di riprodurre un dialogo con il figlio, con un minimo di senso di autorità e autorevolezza, perché da soli, senza il consulente, non sanno nemmeno allacciarsi le scarpe.

Non tutti i giovani sono violenti, naturalmente. Sarebbe ingiusto trasformare una parte in una condanna collettiva, così come sarebbe irresponsabile romanticizzare la violenza chiamandola protesta sociale. Ci sono ragazzi che studiano, lavorano, si prendono cura degli altri, attraversano difficoltà enormi senza trasformarle in aggressione. Proprio loro dimostrano che il destino non è scritto e che il disagio o la devastazione morale non conducono necessariamente alla distruzione.

Ma il loro esempio non ci autorizza a ignorare il problema. Ci obbliga, semmai, a domandarci perché alcuni riescano a trovare una strada e altri finiscano per cercare nella sopraffazione una risposta alla propria impotenza appresa. Appresa, perché chi doveva educarli, impotente nella testa e nel cuore, non ha segnato limiti e confini, con rigore e fascino vitale. Milano, dominata dalle élites nichiliste, vede il contrappasso dei figli nichilisti che distruggono i negozi frequentati dai genitori con il jet personale.

Lo Stato, i poliziotti e i carabinieri: monopolio legittimo della forza

Lo Stato è l’unico a poter detenere e usare legittimamente la forza. Firmato: Max Weber, fondatore della sociologia politica moderna.

Su carabinieri e poliziotti, veri figli del popolo, si è già espresso genialmente Pasolini. Loro possono e devono utilizzare il “manganello democratico”. Sparigliando le carte della sinistra dei salotti nichilisti, lo ha dichiarato, senza mezzi termini, De Luca, sindaco di Salerno. Sala, invece, resiste nel suo risentimento contro le critiche legittime di chi ancora usa la ragione. Le vittime devono essere protette. Le responsabilità devono essere accertate e le conseguenze devono essere reali. Evitare gli equivoci è il primo passo: il disagio non c’entra. Chi vive nel disagio va a letto la sera stanco e non spacca niente, si spacca il culo piuttosto per vivere e andare avanti. E non vede con simpatia alcuna questi violenti nichilisti minorenni.

Certo, il nichilismonon si combatte soltanto con i divieti. Si combatte ricostruendo ragioni per vivere, legami che resistano alla convenienza, luoghi nei quali non sia necessario umiliare qualcuno per sentirsi esistere. La battaglia aperta contro l’anomia, che non può essere un gioco di società o sociologia per accademici di sinistra senza Dio, patria e comunità. Sradicati, appunto.

Forse il vero scandalo non è che alcuni ragazzi non credano più a niente. È che questa genìa di elitari globalisti abbiano confuso il benessere con il senso, il consumo con la felicità, la sicurezza con la giustizia, l'ordine con la pace. Il benessere senza virtù. La morte spirituale, etica e civile.

Ritornare alla realtà è il primo passo e la realtà è alleata naturale della verità. Solo così la verità ci farà liberi, anche tra le rovine.

Raffaele Iannuzzi – Agenzia Stampa Italia

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